Categoria: bambini e ragazzi

lug 07 2007

Il morbo dei genitori

In ospedale si muore d’ospedale. Ancora oggi.
Le infezioni contratte dai malati spesso sono più letali del male per il quale il malato è stato ricoverato. Presto saranno passati due secoli da quando Ignàc Semmelweis ha capito che i medici devono lavarsi le mani prima di visitare i pazienti. Oggi fa sorridere, è luogo comune, ma nella Vienna della prima metà del diciannovesimo secolo, Semmelweis ebbe i suoi detrattori e trovò ostacoli sul suo cammino.
Ma nonostante l’igiene dei medici sia diventata prassi, non è ancora così diffusa l’igiene tra tutte le persone che entrano in un ospedale. Il Journal of Clinical Nursing racconta di un progetto semplice: in un reparto di terapia intensive pediatrica sono state filmate le visite dei familiari dei bambini malati. “Va detto che mentre in un reparto ospedaliero normale i bambini che prendono qualche infezione sono circa il 10%, in uno di terapia intensiva sono tra il 20 e il 30%”, ricorda Li-Chi Chiang, la ricercatrice della China Medical University di Taiwan che ha condotto la ricerca. E infatti si è visto dai video che l’abitudine di lavarsi non era più che tanto diffusa tra i familiari in visita.
Dopo questa prima fase di ricerca, si è passati all’azione: nei due mesi successivi ai familiari dei bambini, sono stati mostrati video con genitori che si lavavano le mani e poster a tema. Risultato: un crollo delle infezioni.
Quella che era stata una ricerca per indagare le abitudini dei parenti è diventato uno strumento attivo di lotta alle infezioni.
Ora l’auspicio dei ricercatori è che in tutti i reparti vengano mostrati video e poster con genitori che si lavano le mani.
È assurdo infatti che un momento di vicinanza, affetto e amore quale una visita ospedaliera si trasformi in occasione di pericolo e di malattia.

giu 15 2007

Bimbi, scienza e biblioteche

Candele che si spengono, palloncini che fanno a gara e altre meraviglie scientifiche. Questo si sono trovati davanti i “Bimbi in Biblioteca”.

Due pediatre, Maria Francesca Vardeu e Elisabetta Anedda, qualche ricercatore del CRS4, personale della Biblioteca di Sardegna Ricerche, uno studente del Liceo Scientifico Michelangelo, coordinati da Sandra Ennas, hanno lavorato con oltre 40 bimbi nella biblioteca del Parco Tecnologico a Cagliari.

L’idea è stata lanciata dalle due pediatre che hanno voluto coinvolgere i pazienti in attività che li avvicinassero attivamente alla scienza, attraverso giochi ed esperimenti, con acqua e aria, luce ed energia. È stato un esempio di animazione scientifica nata da figure esperte, ma che i bambini non identificano con la scuola, con l’apprendimento, con le interrogazioni. Un esperimento informale che ha permesso di fare scienza in un contesto coinvolgente – una biblioteca – con persone inaspettate e diverse dal solito.

È interessante che dall’ambulatorio si sia passati alla biblioteca e che il primo sia diventato strumento di coinvolgimento per portare i bimbi all’interno della seconda, e lì incontrare gli animatori.

L’esperimento e il divertimento sono stati l’occasione per osservare, sperimentare e in definitiva capire. Due sono state le dimensioni importanti: il gioco e il gruppo.

Per dirla con le parole di Francesca Vardeu, una delle due pediatre: “Il mondo dei bambini ha infinite varianti. In questi mesi li ho visti aggirarsi tra i libri, rispondere interessati alle domande dei bravi e pazienti animatori, partecipare agli esperimenti o avvicinarsi timidamente incuriositi. Ho ascoltato i loro commenti, letto le loro domande sui difficili temi scientifici, osservato l’acutezza dei loro disegni nei quali ci siamo riconosciuti, il loro interessato divertimento e la particolare energia che esprimono collettivamente nel gioco”.

Insomma, un piccolo gioiello che mostra come le sedi inattese e informali possano diventare luoghi di apprendimento e comprensione. Con un ruolo simile a quello di scuole e musei. E un valore aggiunto: senza parlare di salute, ne hanno parlato. Perché l’attenzione al proprio corpo passa innanzitutto per un approccio razionale ai fenomeni, per una comprensione delle cose.

Sabato 16 giugno alle 10, nella sala verde della Cittadella dei Musei di Cagliari, vengono presentati i risultati del progetto.

giu 12 2007

I bambini e le somme approssimate

Le notizie sui bambini e sui numeri mi piacciono sempre. Così mi è cascato l’occhio sul fatto che ricercatori dell’Università di Nottingham e di Harvard hanno scoperto che i bambini in età prescolare sono capaci di risolvere addizioni e sottrazioni approssimate con grandi numeri anche prima di saper pensare in modo aritmetico.

Mi piace questa cosa perché vuol dire che abbiamo delle capacità di gestire e maneggiare numeri non banali. Noi grandi tendiamo a pensare che i calcoli esatti siano più facili di quelli approssimati. Ma in realtà approssimare è più spontaneo, forse serve anche di più. Chiunque di noi, sin da piccolo sa distinguere molti da pochi e sa applicare queste idee in modo diverso agli uomini (100 uomini sono molti) o ai chicchi di riso (100 chicchi di riso non sono molti).

Adesso, si scopre che sappiamo fare di più. Sappiamo gestire approssimazioni, difficili, quali sono quelle che riguardano i numeri grandi.

Questo risultato suggerisce che molti problemi d’apprendimento con le operazioni non sono di natura logica ma riguardano proprio il passaggio all’esattezza, cioè alla ricerca di una particolare soluzione, giusta, che risolve il problema.

Allora, forse, sarebbe bene insegnare la matematica proprio partendo dal calcolo approssimato, cosa che permetterebbe di partire da una capacità dei bambini e non di metterli subito davanti a una difficoltà.

Questo approccio forse permetterebbe anche di aggirare la rappresentazione simbolica dei numeri, che aggiunge altri ostacoli e spinge forzatamente verso l’astrazione. Invece, adulti, bambini e neonati sono capaci di gestire numeri rappresentati con matrici di puntini o con successioni di suoni, vale a dire numeri in quanto numeri e non numeri in quanto simboli.

E le matrici, così come le successioni, hanno il vantaggio di rendere facili ed evidenti i confronti, le addizioni, le sottrazioni, ben inteso approssimate.

Forse varrebbe la pena di ripensare l’apprendimento elementare della matematica, in modo da sgomberare il campo da quella fastidiosa leggenda che è la sua difficoltà, che ha come corollario l’affermazione che qualcuno è portato e qualcun altro no.

giu 06 2007

E i primi della classe?

Ve l’ho già detto sull’Espresso leggo la posta di Stefania Rossini. Spesso trovo vivi e vivaci gli spunti che i suoi corrispondenti gettano lì. Begli sguardi sulla società italiana.

Ho appena letto la lettera di Caterina Di Franco una ragazza di diciotto anni che solleva un problema reale. La scuola italiana, quando va bene ha gli strumenti “per portare a livello della classe chi è indietro”, ma non fa “niente per portare chi è avanti ancora più avanti”.

Complimenti Caterina! Con una lettera metti in piazza il problema della scuola italiana – che Fioroni t’ascolti! – meglio di tanti saggi, indagini, ricerche: bisogna dotare questo strano Paese della convinzione che l’innovazione è vitale, che l’eccellenza paga, che l’istruzione è un momento democratico importante.

Coltivare le élite non è reato, è una necessità per la cultura della nostra società.

Oggi invece la scuola ha abdicato a ogni ruolo di promozione sociale. È pressoché ininfluente: chi entrava con delle opportunità –censo, cultura famigliare, talenti individuali – esce con delle opportunità. Chi non le aveva all’ingresso, continuerà a non averle dopo il diploma, o peggio la laurea. È sacrosanto che la parità delle opportunità sia il punto di partenza, ma oggi è del tutto disatteso.

Perché ne scrivo su questo blog? Perché penso che la scuola e il suo ruolo nel formare le intelligenze di un Paese sia una questione che interessa chi ha a che fare con la scienza. In passato l’Italia ha avuto ministri e sottosegretari che venivano dal mondo scientifico e che avevano un’idea di scuola, per perseguire un’idea di società. Oggi non vedo niente di tutto questo.

Ma se muore la scuola, muore l’università, la ricerca, la capacità d’innovare e di essere modernamente competitivi. Vale a dire di competere senza distruggere e sottomettere gli altri. Penso che valga la pena ascoltare le Caterine che vogliono una scuola che non abbatte le aspettative ma permette alle idee (e ai sogni!) di volare.

mag 02 2007

Scienza Under 18: da vedere, fare, ascoltare

Se avete in mente di visitare il Leonardo da Vinci a Milano, vi consiglio di farlo il 15, 16 e 17 maggio. Oltre al “solito” museo, potrete godere dell’atmosfera allegra e scientifica che i bambini e i ragazzi di Scienza Under 18 producono tutti gli anni.

La manifestazione finale di Scienza Under 18 è un mix di esposizioni, dibattiti, teatro scientifico, attività giornalistiche e quant’altro. il pezzo forte sono i portici invasi dai banchetti degli studenti ognuno col suo bravo exhibit, i cartelloni che spiegano e soprattutto le ragazze e i ragazzi (le bambine e i bambini, le e gli adolescenti) che raccontano quello che hanno fatto. E la competenza fa a gara con l’entusiasmo.

È un’occasione per parlare di scienza – dall’acqua a Pitagora, dall’energia solare ai semi, dalla chimica alla gravitazione -, per vederla in azione, per apprezzare quello che gli studenti italiani sanno capire e di conseguenza fare. Per me, è un’iniezione di fiducia, di ottimismo, oltre che un osservatorio privilegiato e unico sulla scuola italiana.

Andate e sperimentate.

Se invece non siete a Milano in quei giorni, dal sito di Scienza Under 18 potete risalire agli appuntamenti nelle sei altre sedi lombarde (Brescia, Casale, Mantova, Monza, Pavia, ) e in quella di Sestri Levante, prima uscita dalla regione.

Adesso non rimane che lavorare perché Scienza Under 18 si radichi in altre regioni d’Italia (o d’Europa?).

Dopo i primi dieci anni, il modello è maturo e vale la pena esportarlo.

Buona manifestazione a tutti.

apr 25 2007

Compiti di matematica

Sanno sempre più cose di noi e noi non lo sappiamo. Accumulano nozioni su nozioni, spesso del tutto inconsapevolmente, e hanno qualche difficoltà a metterle in relazione tra loro. Usano mezzi che ci sfuggono e che noi chiamiamo giochi. Sono i digitali nativi, i nostri figli. Sempre più informatizzati, tecnologici e abituati sin dalla nascita ad avere a che fare con pc, mp3, sms, dvd ecc. ecc.

Se non vogliamo perdere i contatti, l’unica è andargli incontro.

È quello che fa un nuovo sistema per la gestione dell’apprendimento che aiuta i genitori a non perdere i contatti con quello che i loro figli fanno a scuola, con un buon gradimento da parte di studenti, genitori e insegnanti.

Secondo il Consiglio delle ricerche economiche e sociali di Londra, il sistema HOMEWORK sviluppato dal London Knowledge Lab è perfetto per supportare i genitori. Migliora la comunicazione con gli insegnanti e, incredibilmente, anche con i figli, almeno sui temi scolastici. Garantisce continuità di obiettivi e di metodi tra il lavoro fatto a scuola a quello a casa. Migliora lo svolgimento dei compiti in quantità e qualità. Ma soprattutto aiuta a sfruttare meglio il tempo.

Ma il vero miracolo è che tutto questo succede per la matematica, una disciplina verso la quale molto spesso gli stessi genitori si sentono inadeguati e quindi non capaci di aiutare i figli ad apprendere.

Vedere invece i bambini a proprio agio con uno strumento informatico, senza che si debbano arrabattare con fogli e quaderni è di grande supporto per i genitori stessi che affrontano il sostegno ai compiti a casa con più tranquillità e meno ansie. I genitori si divertono a scoprire cosa i figli fanno a scuola e per di più su un mezzo che è molto più famigliare a questi che a loro.

Anni luce avanti rispetto alla scuola italiana. Un po’ come mi è capitato di vedere in Portogallo.

apr 14 2007

La scimmia nuda

Trento è una bella città, con un centro adatto a dolci passeggiate tra bei palazzi, il Castello del Buonconsiglio, l’ampia piazza del Duomo, il Duomo con una cripta da visitare e dietro al Duomo il Museo tridentino di scienze naturali.
Il Museo mi piace. Innanzitutto perché ha un’aria casalinga, ci si aggira per il palazzo di stanza in stanza, salendo e scendendo per i quattro piani e sembra di girare per una casa, per l’appunto, piuttosto che per un museo. È una bella sensazione che induce alla rilassatezza.
Oggi il Museo è la casa della Scimmia nuda, una mostra che sin dal titolo echeggia Desmond Morris e la sua scimmia senza peli. Ho la sensazione che c’era proprio bisogno di una mostra come questa. È pacifica, per niente ideologica, e ovviamente rigorosamente scientifica. Non c’è nessuna aggressione nei confronti di posizione altre che oggi si fanno forti della forza e niente più. Non c’è la cruda e non del tutto vera affermazione che “l’uomo discende dalla scimmia”.
Ci sono invece gli uomini, con tutte le loro variazioni nel tempo, e le scimmie.
La mostra ha una sua struttura ma il visitatore è invogliato a muoversi lungo i rami frastagliati di un cespuglio di idee, concetti, dati e ipotesi. È ottima per i bambini che infatti si muovono liberi e ne escono con informazioni e pensieri nuovi.
Il messaggio che colpisce di più è che le scimmie hanno altre capacità rispetto agli uomini, non meglio o peggio ma soltanto altrimenti. Visitando la Scimmia nuda lo si può vivere sulla propria pelle.
Andate e provate a mettervi i guanti che bloccano il vostro bel pollice opponibile. E poi vi sfido a tenere in mano oggetti banalissimi. Le scimmie ci riescono e voi? Indossate le zampe degli scimpanzé e camminate un po’. Scoprirete che per farlo dovete avere abilità diverse dalle solite.
Ma ci sono anche le similitudini tra noi e loro. E in questo campo non è mica che l’uomo ne esca sempre vincitore. C’è un simpatico esercizio di riconoscimento numerico al computer. Potete farlo, è istruttivo di per sé. E poi potete vedere come l’ha fatto una scimmia, confrontare le vostre con le sue prestazioni. Mi ha battuto due volte su tre!
Allo stesso modo, vi sfido a riconoscere i quadri di Pollock (uomo) da quelli di Congo (scimmia), anche i critici d’arte hanno avuto i loro grattacapi.

Note a margine: ottimo il museo che fa una politica dei biglietti contenuta (6 euro) con mille riduzioni e soprattutto con l’ingresso gratuito per i figli delle famiglie che ne hanno almeno due. Brave, simpatiche e coinvolgenti le giovani guide, o più propriamente gli animatori. Non è un dettaglio da poco: si tratta di una figura sottovalutata ma che fa la buona o la cattiva mostra.
La mostra rimane aperta sino al 6 gennaio 2008. Non andare a Trento sarebbe un’occasione persa.

apr 03 2007

Lunga vita a Bob e Alice

A me Alice e Bob sono sempre stati simpatici. Come molti matematici, li conosco dai tempi dell’università. Frequentavo un corso di crittografia col professor Umberto Cerruti – autore tra le altre cose di un blog matematico. Alice e Bob sono da sempre i protagonisti di uno scambio di messaggi che non devono essere intercettati e devono rimanere segreti.

Da febbraio 2007, Alice e Bob è una nuova rivista prodotta dal Centro Pristem della Bocconi, figlia dell’affermata Lettera Matematica. Ed è figlia della Lettera anche in senso metaforico: infatti si rivolge ai ragazzi, qui intesi come studenti delle scuole superiori.

Mi sembra una bella sfida: credere in una rivista di matematica per ragazzi.

Ovviamente non è una sfida che nasce dal nulla perché al Pristem sanno già fare riviste e soprattutto da anni dialogano con gli studenti attraverso i Campionati internazionali di giochi matematici che spesso hanno visto giovani italiani eccellere alla fase finale di Parigi.

E dato che ci sanno fare, mirano alto. Così alto che cercano la collaborazione attiva degli studenti. La sezione “Fatto da voi” aspetta gli elaborati degli studenti. E l’illustrazione qui sopra s’intitola “Mate e monti”, è opera di Elisa Armari della terza B dell’Istituto Statale d’Arte di Monza e chiude il primo numero di Alice e Bob.

I colori, la veste giovane, le foto che valorizzano i volti, tutto è pensato per il target. Ma il rigore non manca e l’ambizione, ad esempio, è quella di avvicinare alla storia della matematica come a una delle vie – non certo la più battuta – per capirla e farla propria.

La storia poi fa da cornice alla matematica anche con i suoi eventi più drammatici e meno eludibili: il primo numero apre con il Giorno della memoria e lo fa con la pagina tenera e agghiacciante del quaderno di una bambina di nove anni (nel 1939) che trascrive il dettato: “Difesa della razza”.

Aspettiamo il prossimo numero.

mar 22 2007

I digitali nativi

I digitali nativi, li chiama Furio Honsell, rettore all’Università di Udine e volto televisivo con Fabio Fazio.

I digitali nativi sono ormai tra di noi. Ci hanno lasciato indietro, al di là del digital divide. È stato fatto un salto quantico lungo l’albero dell’evoluzione. La nuova speciazione dal sapiens sapiens è avvenuta! I digitali nativi non presentano ancora differenze fenotipiche percepibili – ma cognitivamente e comportamentalmente sono diversi. Agiscono e pensano con un grado di parallelismo per noi irraggiungibile. Sono i giovani, i nostri figli, saranno le future generazioni. Lesile Lamport, guru dell’informatica, si vantava il secolo scorso di essere capace di masticare chewing gum e contemporaneamente programmare digitando sulla tastiera. Ben poca cosa rispetto a quanto fa quotidianamente un nativo digitale, che contemporaneamente: scambia sms, ascolta l’ipod, lavora su un PC con più finestre attive. Una in videochiamata skype, alcune in modalità chatting, altre presentano videogiochi interattivi, su una scorre un video, altre sono discussion groups. Ogni tanto anche alza la cornetta del telefono”.

Qualcuno di noi riconosce in sé dei tratti da digitale nativo, ma in realtà al massimo lo siamo d’adozione, per imitazione, per apprendimento.

Sono i giovani, i figli, gli studenti, le nuove generazioni a essere genuinamente nativi.

Ed è un problema, in quest’Italia che guarda ostinatamente agli anziani, ai genitori (ops, ai nonni), agi professori, alle generazioni che dovrebbero andare in pensione, e che invece monopolizzano tutte le posizioni decisionali.

I digitali nativi prenderanno le decisioni del futuro prossimo, faranno le scoperte del futuro prossimo, impareranno le cose (del passato) per il futuro prossimo.

Qui sta uno dei nodi, quello che c‘interessa: come si trasmette la conoscenza, scientifica ma non solo, a chi non legge un libro, ha un’attenzione frammentaria e diffusa, è sommerso da una mole di dati ma ha problemi a metterli in relazione? A parole la risposta è facile: si devono valorizzare l’sms, l’ipod, il PC con più finestre attive, skype, le chat, i videogiochi interattivi, i video, i discussion groups. Nei fatti ci sono alcuni ordini di difficoltà da scalare per costruire nuovi modi di comunicare, raccontare e condividere.

Anche perché la scienza è la scienza. E vuole rigore, dialogo, approfondimento, esercizio, verifica, valutazione ecc. ecc. ecc.

Insomma, gli strumenti futuri sembrano esserci, le generazioni adatte a questi strumenti anche, ora si tratta di produrre la nuova didattica, divulgazione, diffusione, comunicazione.


Francesco Pira e Vincenzo Marrali ci ragionano su in “Infanzia media e nuove tecnologie”, Franco Angeli 2007.

feb 25 2007

È di scena il delitto

Il direttore di una importante casa farmaceutica è stato trovato morto nel suo ufficio. Cinque persone fermate dalla polizia, numerosi indizi sulla scena del delitto, ma… è suicidio o omicidio? C’è un assassino? Chi è?

Lo scopriremo insieme, in una serata all’insegna della scienza del giallo, immedesimandoci con i personaggi delle fiction televisive che abbiamo imparato a conoscere in questi anni.

Come perfetti Detective Biotech ci destreggeremo tra impronte digitali, esami tossicologici e test del DNA, per scoprirne i meccanismi e capirne potenzialità e limiti, alla ricerca dell’assassino.

“Invito alla scienza con delitto” è una delle iniziative che la Fondazione per le Biotecnologie e il Molecular Biotechnology Center di Torino mettono in campo. Le indagini si svolgeranno dal 26 al 29 marzo (18.00-20.30) in via Nizza 52.

Quelli della Fondazione per le Biotecnologie non sono al loro debutto con iniziative divulgative originali e con format nuovi.

Recentemente, hanno messo in una stessa stanza giornalisti e ricercatori per una giornata di lavoro assieme: obbiettivo capire e capirsi, far cadere alcune barriere per favorire la comprensione reciproca. A scanso d’equivoci.

Poi hanno messo in piedi dei Laboratori di Biologia Creativa al Parco d’Arte Vivente di Torino, in modo da contaminare l’arte con la biologia e la biologia con l’arte. E in questa direzione vanno anche con gli stage che gli studenti dei licei artistici fanno presso i loro laboratori, familiarizzando con il DNA e con il materiale biologico attraverso un’esperienza creativa, ludica ed estetica. Il DNA estratto al momento da alcuni frutti serve per creare sculture di polimeri glicidici.

E adesso va di scena il delitto, ovviamente simulato!, nel quale i partecipanti fanno gli investigatori con tutte le tecniche che la scienza mette oggi a disposizione.

Non male come proposte divulgative.

Ora basta che il pubblico si faccia coinvolgere, ma in fretta: le iscrizione sono aperte ma il numero è chiuso.