Categoria: carta stampata

feb 03 2010

Giornalismo scientifico made in Uk

Veloce segnalazione per questo report del The Risk, Science and the Media Research Group dell’Università di Cardiff.

Segnalazione che rimbalzo dal neonato blog di Nico Pitrelli. In bocca la lupo a lui, buona lettura a voi.

nov 14 2008

Che vinca il migliore? Forse


Gli antichi parlavano di vittoria di Pirro, gli economisti dicono maledizione del vincitore.

Facciamo l’esempio di un’asta: è probabile che il grosso delle offerte si raggruppino intorno al vero valore dell’oggetto in vendita – è la definizione soggettivista delle probabilità, dopotutto. Chi lo acquista è perché ha fatto un’offerta più alta. Ergo: c’è il fondato rischio che non abbia fatto un buon affare.

Lo stesso sembra succedere con gli articoli scientifici, sostiene John Ioannidis, epidemiologo dell’Università di Ioannina. La sua tesi è che le riviste più prestigiose – Nature e Science per intenderci – non pubblicano necessariamente gli articoli migliori.

Ioannidis osserva che parte della reputazione delle riviste più prestigiose risiede nel fatto che pubblicano pochi articoli – quella che gli economisti chiamano scarsità artificiale. La scarsità rende la competizione più dura. E quindi i vincitori sono quelli che strombazzano e sopravvalutano di più i propri risultati sensazionali. Mentre il gruppone dei risultati meno spettacolari viene relegato su riviste serie ma meno note, a meno che, addirittura, non vengano cestinati.

Ioannidis ritiene che la dinamica sia la stessa delle aste: c’è un gruppo di articoli che stanno attorno al risultato e che quindi probabilmente dicono le cose interessanti. E c’è un numero ristrettissimo di articoli che si assumono il rischio di strillare il risultato e che quindi possono benissimo non essere un buon affare. Ergo: dei buoni articoli.
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La tesi di Ioannidis è uscita sull’Economist (tradotta in italiano sulla versione cartacea di Internazionale), ma altre sue osservazioni economiche sulle pubblicazioni scientifiche si trovano qui.

ott 16 2008

Saviano condannato a morte

Questo post è out-of-topic, lo so. Ma mi sembra che di questi tempi non si possa tacere a fronte dei tanti che chiedono di tacere.

Quindi, è vero che questa
è la copertina che i casalesi vogliono per Roberto Saviano e per il suo Gomorra, ma a me piace che possa continuare a parlare, vivere e, come dice in queste ore, innamorarsi.

Per favore non taciamo su Saviano.
Per lui: perché ciò che ha fatto gli deve valere più vita, non una minaccia di morte.
Per altri: perché si comincia con una condanna a morte camorrista e non si sa dove si finisce (con meno violenza ma qualche anno fa al premier italiano piacevano gli editti bulgari).
Per tutti: perché la libertà di parola non è un orpello della democrazia: è la democrazia.

Modesta proposta ai ministri Gelmini e Maroni: comprate 25.000 copie di Gomorra e regalatele a tutte le classi terze della scuola media come testimonianza essenziale da conoscere su questo nostro martoriato paese.
Se tutti i quattordicenni sapranno, anche la vita di Saviano sarà più al sicuro.
(E penso che costoro sarebbero colpiti a sapere che solo 14 anni fa anche Saviano era un quattordicenne)

ott 11 2008

Sostiene Luciano

… che il tormentone sulla scuola ha degli elementi molto molto sconnessi dalla realtà dei fatti
E questo non stupisce.

Sarebbe da capire che cosa si sta saldando nel nostro Paese per arrivare, tutti assieme appassionatamente, a svalutare e disprezzare a tal punto la scuola.

Vi ricordate che un mese fa l’emergenza nazionale era il prezzo esageratamente aumentato dei libri di testo?

Ebbene, Luciano è uno che ama capire e leggere e documentarsi, così è andato a mettere il naso un po’ là e un po’ qua tirando giù qualche numero sui libri scolastici (verrebbe da scrivere scolastichi, visto il livello della querelle!).

Io ho trovato il suo punto di vista estremamente serio e stimolante. Parliamone.

dic 09 2007

Workshop per giornalisti scientifici

Si può ancora iscriversi iscriversi ai due workshop internazionali per giornalisti scientifici della Delft University of Technology in Olanda. Il primo è su “biotecnologie e sostenibilità” il secondo su “acqua potabile e sistemi ingegneristici”. Entrambi durano due giorni: il primo l’8 e il 9 gennaio 2008; il secondo il 10 e l’11.

La Delft ha un programma dedicato alla sostenibilità in Africa ed è interessata in particolare a giovani giornalisti che vogliano interessarsi e sensibilizzarsi in materia.

L’università copre i costi di viaggio e di soggiorno a chi partecipa.

Per informazioni: f.w.nuijens@tudelft.nl, r.e.t.meijer@tudelft.nl

ott 30 2007

Le mani sulla biologia molecolare

Si chiama Eicos ed è la ‘European Initiative for Communicators of Science’.

Si rivolge a giornalisti e comunicatori della scienza europei. E li invita al Max Planck Institute per la Chimica biofisica di Goettingen in Germania, per mettere le mani sulle tecniche di biologia molecolare; per discutere le implicazioni profonde (della b.m.), tanto per la società quanto per i ricercatori; per raccogliere idee e stimoli utili a scrivere storie future; e anche per incontrare colleghi di altri paesi e di altri media.

Insomma, un’opportunità per fare scienza con le mani prima di riversarla con mouse-e-tastiera in un articolo, una mostra, uno spettacolo.

Eicos sarà dal 17 al 24 maggio del 2008.

La deadline per l’application invece è il 15 febbraio.

ago 30 2007

È morto Franco Carlini

Non è che ci conoscessimo, ma se mi serviva un’informazione, qualcosa su internet, un’indicazione, gli scrivevo un mail e la sua risposta mi arrivava.
A dire il vero non ci siamo neanche mai visti. Dovevamo incontrarci per una sessione tematica sulla scienza online alla Sissa di Trieste qualche anno fa, ma poi non è successo per agende che non s’incastravano.
Però, in questi tempi di rete e virtualità, era “come se”.
E si può essere presenti anche senza vedersi.
E poi lo leggevo tutte le settimane sull’Espresso e lo ascoltavo quando c’era su Radio3 Scienza. Non si poteva fare diversamente se si voleva uno sguardo informato, appassionato e affetuoso su tutto quello che è tecnologia, comunicazione, nuovi media, digitale… in una parola “cyber e dintorni” come s’intitolava la sua rubrica settimanale.
Da oggi dovremo fare senza.
Ci mancherà.

lug 13 2007

Giornalismo numerico

Internazionale è una delle mie letture fisse da 13 anni. Da quando è nato. Giovanni De Mauro, il suo direttore, riesce quasi sempre a essere illuminante con le sue 1.000 battute settimanali.

Il suo editoriale del 5 luglio s’intitola “Numeri” e recita:

Soldati americani in Iraq oggi: 156.000. Soldati americani in Iraq quando il presidente Bush disse che la missione era compiuta (maggio 2003): 130.000. Soldati americani morti tra febbraio e giugno 2007: 481. Nello stesso periodo dell’anno scorso: 292. Area di Baghdad non controllata dagli americani: 60 per cento. Soldi investiti dalla Cia nei nuovi servizi segreti iracheni: 3 miliardi di dollari. Iracheni che sono scappati dal paese tra il 2003 e oggi: 2,2 milioni. Rifugiati iracheni accolti negli Stati Uniti: 500. Rifugiati iracheni che hanno meno di 12 anni: 55 per cento. Professori universitari uccisi dal 2003: circa 200. Medici iracheni che hanno lasciato il paese: 12.000, sui 34.000 iscritti all’albo. Iracheni che vivono con meno di un dollaro al giorno: 54 per cento, secondo le Nazioni Unite. Iracheni che non hanno accesso all’acqua potabile: 70 per cento. Americani che approvano le scelte di Bush in Iraq: 23 per cento.

Non servono commenti. Solo i fatti raccontano. E in questo caso meno ancora dei fatti: il loro numero. Non sappiamo nulla dei 200 (circa) professori universitari uccisi né dei 12.000 medici espatriati (35%). Ma ci basta per tratteggiare il disegno di una società che espelle le sue risorse migliori.

“Numeri” mi colpisce perché è un bell’esempio di applicazione del rigore e del metodo alla realtà. È uno sguardo scientifico su una tragedia del mondo. In fondo questo è l’altro obiettivo della scienza: insegnare a chi scienziato non è a pensare scientificamente, ragionare con rigore, usare metodo. Il primo obiettivo essendo la ricerca scientifica in sé.

Di quest’informazione – con la scienza di fianco – c’è bisogno per prendere decisioni come cittadini e come politici. Nello specifico sembra che 77 americani su 100 la loro decisione l’abbiano presa (e quanti sono gli italiani?). Ora serve un po’ di decisione, razionale e fondata sul metodo, anche dei politici.

mag 07 2007

Giornalismo, scienza e conflitti d’interesse

I risultati della ricerca scientifica sono importanti per la società. Possono determinare la salute delle persone – quali cure e a quale costo – le scelte dei consumi – acqua, cibo ed energia soprattutto – e così via. Possono influenzare le scelte politiche, le decisioni dei parlamenti, le azioni dei governi.

Così, oggi, la società cerca di avere gli strumenti per influenzare la scienza nella selezione dei campi di ricerca. È un fatto. Ma il peso di questo fatto cambia se ci limitiamo a influenzare i campi di ricerca o se vogliamo anche influenzare i risultati della ricerca stessa.

I cittadini hanno il diritto di dire agli scienziati: “studiate questo, studiate quello”, “vi finanziamo per questo e non per quello”. Ovviamente, anche in questo quadro i ricercatori devono avere le opportunità di fare ricerca non finalizzata, senza indicazioni esterne a quelle che emergono dalla ricerca in sé, non è neanche in discussione. I cittadini però non hanno il diritto di dire agli scienziati: “studiate quel che volete, l’importante è che arriviate qui, che questo obiettivo sia raggiunto”.

Il confine è sottile, ma c’è e deve essere mantenuto. Ed è un confine su cui in particolare lavorano i giornalisti e in generale i mass media. Per questo, all’Università di Copenaghen, il 1° giugno, l’Associazione danese dei giornalisti scientifici organizza una conferenza sul ruolo della scienza e del giornalismo scientifico in relazione alle pressioni politiche ed economiche.

È un’iniziativa che andrebbe sicuramente replicata in giro per l’Europa, e in particolare da noi in Italia.

apr 17 2007

Nascono tre nuove riviste di free-sica

Cinquant’anni fa, Albert Einstein predisse l’avvento dell’era dell’open access: “Lo scambio libero e senza vincoli di idee e risultati scientifici è una necessità per un sano sviluppo della scienza”. Oggi, il deficit di accesso alle pubblicazioni scientifiche è uno dei problemi che rallentano i processi di scoperta. Pertanto, la lettura libera dei risultati della ricerca è una delle vie per rendere efficace e veloce la diffusione dell’informazione scientifica.

BioMed Central è uno dei maggiori editori open access di riviste basate sulla peer-review. E nell’aprile 2007 ha lanciato tre nuove riviste di fisica, matematica e informatica che vogliono rispondere alla crescente domanda di open, della quale il Cern si fa portavoce.

Il Cern infatti si pone a capo di un movimento che mira a ristrutturare l’editoria scientifica facendo dell’open access la principale fonte di informazione. Così non stupisce che Massimo Giovannini della Divisione di fisica teorica del Cern abbia deciso di entrare nell’editorial board di una delle tre nuove riviste: “Sono felice di lavorare per PhysMath Central. È un tentativo encomiabile di permettere l’accesso libero alla ricerca garantita dalla peer-review. Risponde a una domanda forte da parte di molte istituzioni nel mondo che non possono più sottoscrivere gli esosi abbonamenti che altri editori richiedono per le loro riviste”.

È una strada che si deve battere perché tutti devono poter leggere i risultati scientifici. Ed è una strada che si potrà battere solo se i grandi laboratori faranno da apripista per le tante istituzioni scientifiche minori, che quasi sempre vuol dire povere. Che quasi sempre sono di paesi in via di sviluppo, ma che possono essere anche piccole istituzioni di paesi per niente poveri.

Non si tratta solo di una questione di democrazia e di diffusione della scienza. Ma l’alternativa all’open access è strozzare la scienza nella culla, prima che possa muovere i suoi passi. Infatti, gli alti costi delle pubblicazioni scientifiche negano la possibilità stessa del confronto e della garanzia della qualità che può venire solo da un controllo sociale diffuso all’interno di ciascuna comunità scientifica.

Come già in passato con altre esperienze – la più nota e affermata è Jhep – i fisici si muovono con agilità e sicurezza sulla strada dell’open.

Auguri di lunga vita a PhysMath Central.