Categoria: carta stampata

apr 17 2007

Nascono tre nuove riviste di free-sica

Cinquant’anni fa, Albert Einstein predisse l’avvento dell’era dell’open access: “Lo scambio libero e senza vincoli di idee e risultati scientifici è una necessità per un sano sviluppo della scienza”. Oggi, il deficit di accesso alle pubblicazioni scientifiche è uno dei problemi che rallentano i processi di scoperta. Pertanto, la lettura libera dei risultati della ricerca è una delle vie per rendere efficace e veloce la diffusione dell’informazione scientifica.

BioMed Central è uno dei maggiori editori open access di riviste basate sulla peer-review. E nell’aprile 2007 ha lanciato tre nuove riviste di fisica, matematica e informatica che vogliono rispondere alla crescente domanda di open, della quale il Cern si fa portavoce.

Il Cern infatti si pone a capo di un movimento che mira a ristrutturare l’editoria scientifica facendo dell’open access la principale fonte di informazione. Così non stupisce che Massimo Giovannini della Divisione di fisica teorica del Cern abbia deciso di entrare nell’editorial board di una delle tre nuove riviste: “Sono felice di lavorare per PhysMath Central. È un tentativo encomiabile di permettere l’accesso libero alla ricerca garantita dalla peer-review. Risponde a una domanda forte da parte di molte istituzioni nel mondo che non possono più sottoscrivere gli esosi abbonamenti che altri editori richiedono per le loro riviste”.

È una strada che si deve battere perché tutti devono poter leggere i risultati scientifici. Ed è una strada che si potrà battere solo se i grandi laboratori faranno da apripista per le tante istituzioni scientifiche minori, che quasi sempre vuol dire povere. Che quasi sempre sono di paesi in via di sviluppo, ma che possono essere anche piccole istituzioni di paesi per niente poveri.

Non si tratta solo di una questione di democrazia e di diffusione della scienza. Ma l’alternativa all’open access è strozzare la scienza nella culla, prima che possa muovere i suoi passi. Infatti, gli alti costi delle pubblicazioni scientifiche negano la possibilità stessa del confronto e della garanzia della qualità che può venire solo da un controllo sociale diffuso all’interno di ciascuna comunità scientifica.

Come già in passato con altre esperienze – la più nota e affermata è Jhep – i fisici si muovono con agilità e sicurezza sulla strada dell’open.

Auguri di lunga vita a PhysMath Central.

apr 03 2007

Lunga vita a Bob e Alice

A me Alice e Bob sono sempre stati simpatici. Come molti matematici, li conosco dai tempi dell’università. Frequentavo un corso di crittografia col professor Umberto Cerruti – autore tra le altre cose di un blog matematico. Alice e Bob sono da sempre i protagonisti di uno scambio di messaggi che non devono essere intercettati e devono rimanere segreti.

Da febbraio 2007, Alice e Bob è una nuova rivista prodotta dal Centro Pristem della Bocconi, figlia dell’affermata Lettera Matematica. Ed è figlia della Lettera anche in senso metaforico: infatti si rivolge ai ragazzi, qui intesi come studenti delle scuole superiori.

Mi sembra una bella sfida: credere in una rivista di matematica per ragazzi.

Ovviamente non è una sfida che nasce dal nulla perché al Pristem sanno già fare riviste e soprattutto da anni dialogano con gli studenti attraverso i Campionati internazionali di giochi matematici che spesso hanno visto giovani italiani eccellere alla fase finale di Parigi.

E dato che ci sanno fare, mirano alto. Così alto che cercano la collaborazione attiva degli studenti. La sezione “Fatto da voi” aspetta gli elaborati degli studenti. E l’illustrazione qui sopra s’intitola “Mate e monti”, è opera di Elisa Armari della terza B dell’Istituto Statale d’Arte di Monza e chiude il primo numero di Alice e Bob.

I colori, la veste giovane, le foto che valorizzano i volti, tutto è pensato per il target. Ma il rigore non manca e l’ambizione, ad esempio, è quella di avvicinare alla storia della matematica come a una delle vie – non certo la più battuta – per capirla e farla propria.

La storia poi fa da cornice alla matematica anche con i suoi eventi più drammatici e meno eludibili: il primo numero apre con il Giorno della memoria e lo fa con la pagina tenera e agghiacciante del quaderno di una bambina di nove anni (nel 1939) che trascrive il dettato: “Difesa della razza”.

Aspettiamo il prossimo numero.

mar 07 2007

Vero o falso?

Nel 2005 PLoS Medicine ha pubblicato un articolo di John Ioannidis dal titolo “Why most published research findings are false” che è stato scaricato 100.000 volte ed è diventato in breve tempo un successo.

Ora ne esce una rivisitazione: due articoli sempre su PLoS Medicine rilanciano il dibattito.

La tesi di fondo è che le ricerche pubblicate possono successivamente essere confutate sulla base di nuove evidenze che vengono scoperte. Nella scienza moderna, caratterizzata da un flusso molto ampio di nuove evidenze, questa confusione abbonda e il vecchio viene continuamente rimpiazzato dal nuovo. Leggere una ricerca pubblicata da qualche tempo può essere del tutto insicuro: le false scoperte rischiano di essere la maggioranza.

Oggi, Ramal Moonesinghe degli “US Centers for Disease Control and Prevention” dimostra, con due colleghi, che la verosimiglianza di una ricerca pubblicata aumenta nei casi in cui la scoperta viene replicata in molti altri studi. La replicazione, e non la sola replicabilità, è la pietra angolare dell’edificio scientifico e su di essa si fonda ogni possibile inferenza causale.

Nuovi ricercatori devono avanzare nuove ipotesi e testare quelle presenti sul campo. La prima è una strada battuta, la seconda richiede più lavoro metodologico e più capacità di interpretare l’evidenza di una ricerca. E l’interpretazione deve fare riferimento a tutte le versioni replicate della ricerca stessa.

Il secondo articolo, di Benjamin Djulbegovic (University of South Florida) e di Iztok Hozo (Indiana University Northwest) mette in luce il fatto che Ioannidis “non indica quando I risultati di una ricerca potenzialmente falsa possono essere considerati accettabili dalla collettività scientifica”.

La predisposizione a prendere una decisione sbagliata nell’accettare le ipotesi di ricerca dipende dalla resistenza o meno dei ricercatori ad accettare d’imbattersi in un risultato sbagliato.

“Ottenere un risultato assolutamente vero è impossibile e così la collettività deve implicitamente decidere quando un risultato meno che perfetto può diventare accettabile”.

Insomma, l’autorità di una singola pubblicazione vacilla e viene sostituita dalla sua collocazione in un flusso di altri risultati che la confermano o meno.

Non basta trovare buoni articoli ma bisogna anche conoscere il contesto in cui sono stati pubblicati e le ricerche successive che hanno generato.

feb 19 2007

La scienza vista dalla pubblicità

Mi sono imbattuto in questa pubblicità dell’IBM, giusto per non fare nomi e cognomi, e non potevo non notarla.

A tutta pagina, IBM ricorre alla scienza e all’immaginario radicato in ciascuno di noi per parlare di sé prima ancora che delle proprie offerte. Diciamolo, l’oggetto della pubblicità è sfumato, quasi secondario. Non è questo il tema. Il focus è invece sull’IBM stessa, sulla sua capacità di costruire e innovare, sul suo rigore.

Ma vediamo come ci si arriva.

La pubblicità attinge a man bassa a quella che è l’immagine della scienza, senza ricorrere eccessivamente a stereotipi e senza essere caricaturale.

C’è il laboratorio, asettico e moderno, freddo e colorato. Forse ci si fa della chimica o più probabilmente della biologia. Un microscopio troneggia sul bancone. È vero che è in seconda fila ma il gioco di fughe e prospettive ci guida a guardare lì.

Alle sue spalle, evidenziato dallo sfondo bianco, lo schermo di un computer.

Il tema esplicito della pubblicità sono le migrazioni, studiate attraverso la raccolta mondiale di campioni di DNA, ci dice il testo, ma rappresentate da una mappa centrata sull’Europa nella quale frecce migratorie danno ragione di una situazione in trasformazione nel tempo – tempo narrato sin dal titolo: “questo campione contiene 60.000 anni di storia”.

Il tema implicito è quello della collaborazione. Viene citata esplicitamente la National Geographic Society come partner della ricerca bio-geografico-informatica. Ma la capacità di collaborare con tutti è quello che IBM cerca di veicolare con questa pubblicità. E la stessa immagine della migrazione è quella dell’interrelazione tra luoghi, persone e tempi diversi. Diverse e tutte speciali, come te del resto. IBM punta sulla specialità di ciascuno di noi ma ci chiede di metterla in campo, di esplicitarla: “cosa ti rende speciale?” recita lo slogan di chiusura.

Due dettagli completano il quadro.

Sulla mappa, in una zona sgombra di frecce, due formule rafforzano l’idea della scientificità e del rigore di quello che si sta facendo.

Simmetricamente, una mano femminile giovane racconta a un pubblico possibile il contenuto della ricerca. È l’origine del testo: infatti dal suo gesto scaturisce la descrizione della ricerca probabilmente in un workshop tra ricercatori e collaboratori: l’equipe di biologi, esperti di calcolo, progettisti delle tecnologie che sta lavorandoci. È informale e professionale allo stesso tempo. Ed è soprattutto la mano di una ricercatrice sul campo, come ci dice il polsino di camice che si confonde in basso a destra con l’angolo della lavagna.

Insomma, IBM ci restituisce l’immagine di una scienza giovane e moderna, capace di collaborare e dedita allo studio della vita, rigorosa e speciale, tecnologica ma con la comunicazione al centro, femminile ma con il camice.

Proprio come ci dicono molte ricerche sulle rappresentazioni della scienza.