Categoria: cittadinanza

feb 21 2010

Micro finanziamenti per decisioni condivise

Ecsite, il network europeo degli science center e dei musei scientifici,bandisce 15 finanziamenti (fino a 2 500 euro l’uno) per sostenere iniziative locali, di respiro cittadino, sul dialogo e il coinvolgimento della cittadinanza intorno a questioni scientifiche. Possono partecipare comuni, musei, associazioni, ong, istituzioni, singoli.

Le attività devono usare e innovare il format PlayDecide e devono rafforzare collaborazioni cittadine esistenti o crearne di nuove. L’obiettivo non è tanto organizzare un evento quanto mostrare come un evento possa catalizzare e sviluppare nuove dinamiche cooperative.

La domanda va presentata entro il 15 marzo 2010.

gen 23 2010

M’illumino di meno

Il 12 febbraio è il giorno della sesta edizione di M’illumino di meno.

Per l’edizione 2010 Cirri&Solibello ci chiedono, oltre ai classici spegnimenti, di sperimentare praticamente per un giorno le energie rinnovabili, escogitando un modo per accendere una luce pulita. Un pannellino solare collegato a una batteria per accendere un led, un minieolico che alimenti una lampada a risparmio energetico, una dinamo a pedali che dia energia a un faretto o anche una piccola torcia a manovella…

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gen 21 2010

Rapporto Isotope

Consiglio di dare un occhio a questo rapporto sul “public engagement” e in generale al portale del gruppo Isotope.

feb 09 2009

Svegliati, Italia!


Silenzio per Eluana.

Ad alta voce per la democrazia.
“Svegliati, Italia!”.
gen 20 2009

Obama dixit, e io ci spero

Perché ovunque volgiamo lo sguardo, c’è lavoro da fare. 


Lo stato dell’economia richiede un’azione, forte e rapida, e noi agiremo – non solo per creare nuovi posti di lavoro, ma per gettare le nuova fondamenta della crescita.  

Costruiremo le strade e i ponti, le reti elettriche e le linee digitali che alimentano i nostri commerci e ci legano gli uni agli altri. 

Restituiremo alla scienza il suo giusto posto e maneggeremo le meraviglie della tecnologie in modo da risollevare la qualità dell’assistenza sanitaria e abbassarne i costi.  

Imbriglieremo il sole e i venti e il suolo per alimentare le nostre auto e mandare avanti le nostre fabbriche. 

E trasformeremo le nostre scuole, i college e le università per venire incontro alle esigenze dei tempi nuovi. 

Possiamo farcela. E lo faremo.
gen 25 2008

Le Nazioni Unite e il popolo dei Wikipediani

L’Università delle Nazioni Unite vuole vederci più chiaro. E così assieme alla Wikimedia Foundation nei prossimi mesi studierà i comportamenti e i profili degli utenti di Wikipedia.

Wikipedia è oggi il nono sito più visitato al mondo e forse uno degli attori più forti per quanto riguarda la diffusione della conoscenza. Però, come tutti sul web, ha difficoltà a capire chi sono i suoi lettori, in più, chi sono gli autori dei suoi testi.

Per Wikipedia lo studio realizzato assieme a UNU-MERIT dell’Università di Maastricht è importante per mettere in campo strategie volte a persuadere nuove persone a produrre, correggere e migliorare i contenuti pubblicati.

Per le Nazioni Unite lo studio serve in due direzioni. Da un lato, capire le dinamiche del progetto collaborativo più grande e di maggior successo al mondo. E chissà che non ne esca un modello utilizzabile anche in settori del tutto diversi.

Dall’altro per rafforzare una risorsa gratuita ed essenziale che può dare accesso all’informazione a paesi nei quali non si può ragionare seriamente con modelli che prevedono di commercializzare le risorse intellettuali.

Insomma, Wikipedia, che tutti noi vediamo come l’enciclopedia del futuro, può diventare contemporaneamente un modello per lavorare assieme in modo cooperativo e una fonte di informazione e conoscenza per chi non se le può comprare.

ott 13 2007

Tra wikipedia e Beppe Grillo

Andrew Keen è uno degli osservatori perplessi di internet e del web 2.0. La rivoluzione dell’interattività e dei contenuti prodotti dagli utenti produrranno, secondo Keen, “meno cultura, informazioni meno affidabili e alla fine caotiche”. Con queste tesi ha contribuito a vivacizzare, lo scorso settembre, la conferenza che l’Università di York ha organizzato suo web 2.0.

Wikipedia, i blog, Facebook, MySpace e YouTube, de.li.ci.ous sono strumenti per democratizzare la conoscenza, o almeno lo scambio d’informazioni, oppure contribuiscono a togliere ogni autorevolezza e affidabilità alle stesse. È una questione che investe alcune idee fondamentali: dalla privacy all’affidabilità, dall’identità alla democrazia.

In questi anni, il web è cresciuto per mano dei tecnologi e degli scienziati duri, prevalentemente. E forse ora è il momento che la discussione si sposti sul piano delle scienze sociali. La creatività di massa – concetto fissato in un libro di Charles Leadbeater, altro partecipante al dibattito – è un fenomeno nuovo che entra in collisione – positiva o conflittuale questo lo si vedrà – con la cultura come siamo abituati a conoscerla.

Le persone non vogliono soltanto merci e servizi, ma opportunità e strumenti per prendere parte in prima persona al gioco, per essere protagoniste del dibattito, indipendentemente dall’oggetto sul quale il dibattito verte.

Insomma, sembra che la discussione sia capire quanto i cittadini di una moderna democrazia – moderna anche perché il web 2.0 ha un ruolo – siano dei sempliciotti che si bevono acriticamente masse d’informazioni. O piuttosto sviluppino un sempre più affinato senso critico proprio per la partecipazione in prima persona alla costruzione delle informazioni e del loro senso.

In questo dibattito, Wikifoundation pensa se “chiudere” in qualche modo l’afflusso dei contributi liberi per rispondere alla domanda di maggior affidabilità. Ma sempre in questo clima, Beppe Grillo fa un cortocircuito che parte dalle sale dei teatri, va in rete e torna nelle piazze. La prima sembra voler rassicurare i sempliciotti, il secondo punta su un senso critico meglio affinato.

Staremo a vedere.

lug 13 2007

Giornalismo numerico

Internazionale è una delle mie letture fisse da 13 anni. Da quando è nato. Giovanni De Mauro, il suo direttore, riesce quasi sempre a essere illuminante con le sue 1.000 battute settimanali.

Il suo editoriale del 5 luglio s’intitola “Numeri” e recita:

Soldati americani in Iraq oggi: 156.000. Soldati americani in Iraq quando il presidente Bush disse che la missione era compiuta (maggio 2003): 130.000. Soldati americani morti tra febbraio e giugno 2007: 481. Nello stesso periodo dell’anno scorso: 292. Area di Baghdad non controllata dagli americani: 60 per cento. Soldi investiti dalla Cia nei nuovi servizi segreti iracheni: 3 miliardi di dollari. Iracheni che sono scappati dal paese tra il 2003 e oggi: 2,2 milioni. Rifugiati iracheni accolti negli Stati Uniti: 500. Rifugiati iracheni che hanno meno di 12 anni: 55 per cento. Professori universitari uccisi dal 2003: circa 200. Medici iracheni che hanno lasciato il paese: 12.000, sui 34.000 iscritti all’albo. Iracheni che vivono con meno di un dollaro al giorno: 54 per cento, secondo le Nazioni Unite. Iracheni che non hanno accesso all’acqua potabile: 70 per cento. Americani che approvano le scelte di Bush in Iraq: 23 per cento.

Non servono commenti. Solo i fatti raccontano. E in questo caso meno ancora dei fatti: il loro numero. Non sappiamo nulla dei 200 (circa) professori universitari uccisi né dei 12.000 medici espatriati (35%). Ma ci basta per tratteggiare il disegno di una società che espelle le sue risorse migliori.

“Numeri” mi colpisce perché è un bell’esempio di applicazione del rigore e del metodo alla realtà. È uno sguardo scientifico su una tragedia del mondo. In fondo questo è l’altro obiettivo della scienza: insegnare a chi scienziato non è a pensare scientificamente, ragionare con rigore, usare metodo. Il primo obiettivo essendo la ricerca scientifica in sé.

Di quest’informazione – con la scienza di fianco – c’è bisogno per prendere decisioni come cittadini e come politici. Nello specifico sembra che 77 americani su 100 la loro decisione l’abbiano presa (e quanti sono gli italiani?). Ora serve un po’ di decisione, razionale e fondata sul metodo, anche dei politici.

giu 02 2007

Chi decide per la medicina?

Negli Stati Uniti, come da noi del resto, le questioni legate alla salute sono sempre più sotto gli occhi dell’opinion pubblica, e questo dovrebbe far concludere che i medici di base si sentano sempre più coinvolti nel partecipare alla vita politica.

Invece uno studio presentato alla conferenza annuale della Society for Academic Emergency Medicine (SAEM) Annual Meeting, mostra come la loro partecipazione ai processi politici sia calata nel corso degli anni.

Jennifer Lee e Melissa McCarthy della Johns Hopkins Medical School hanno analizzato l’affluenza alle urne e quindi la partecipazione al voto basandosi sui dati degli exit-poll del Census Bureau degli Stati Uniti. Ebbene, in confronto ad altre categorie professionali i medici di base votano molto meno (uno su quattro non lo fa). Sono nettamente inferiori a avvocati, insegnanti e agricoltori e leggermente inferiori a segretarie, autisti, operai, ingegneri, infermiere. Eppure le questioni legate proprio alla loro professione sono spesso centrali nelle campagne elettorali.

La scarsa partecipazione la voto priva gli Stati Uniti di un’importante partecipazione alle decisioni politiche in materia di salute. È notevole che proprio gli “esperti” facciano un passo indietro nella partecipazione politica. Di conseguenza, cresce il peso dei non esperti su decisioni che riguardano tutti ma che richiedono una certa dose di consapevolezza.

Da un lato è significativo che proprio chi è più professionalmente coinvolto non esprima molta fiducia negli strumenti politici. Dall’altro che la società – con tutta la sua varietà di attori, gruppi e figure professionali – ponga al centro dell’agenda politica temi sui quali gli addetti ai lavori fanno un passo indietro. Serve pertanto che i cittadini si dotino degli strumenti per dialogare tra loro e con gli esperti su questioni articolate e delicate.

apr 16 2007

Uno straccio di laicità

“Siamo tutti divorziati (e aspettiamo la comunione), siamo tutti conviventi, siamo tutti gay, siamo tutti credenti e tutti laici. Ma vogliamo che lo stato sia laico. Contro lo scontro di civiltà. Contro la campagna vaticana martellante, pesante e volgare, giorno dopo giorno che iddio mette in terra. A questa volontà scientifica di provocazione, laici e credenti (uniti nella lotta) rispondono in maniera pacifica, brillante, simpatica, e nonviolenta”, dicono quelli di ControRadio di Firenze e di Radio Città del Capo di Bologna.

Pensiamoci un po’ tutti assieme. Cosa faremmo senza un po’ di laicità? Staremmo un po’ peggio. Ci sentiremmo (ancora) più osservati, giudicati, valutati. Con gli occhi, i giudizi e i metri degli altri – non con quelli di tutti. “Mai più senza” titolava anni fa una delle sue rubriche Cuore (sempre sia lodato!). Là si parlava di oggetti rinunciabilissimi. Qui del più irrinunciabile tra tutti. Senza un po’ di laicità, saremmo meno liberi, meno pacifici, meno disposti a convivere con gli altri (ma lo sanno gli italiani che oggi quella cattolica non è più l’unica religione – lo è mai stata?), meno belli, colti e divertenti. Meno liberi di conoscere, pensare, dubitare.

Credo che oggi ci sia una minoranza, anche un po’ triste, abbattuta, scornata che vuole limitare la nostra laicità. Ha diritto di lottare per le sue idee, non di mettere a tacere le mie. È la minoranza, unica al mondo!, di quelli che dichiarano di andare a messa ogni domenica al 21% e poi lo fanno solo al 17%. Ma vi rendete conto della loro difficoltà: è più importante mentire a un sondaggio che andare veramente in chiesa. Capisco che vogliano spazio, ma non hanno diritto ad averne più di quello che la Costituzione e la democrazia riconosce loro.

Ma pensiamo al futuro e chiediamoci invece: cosa faremmo con un po’ di laicità in più? Staremmo un po’ meglio. Ci sentiremmo (finalmente) meno osservati, giudicati, valutati. E lo saremmo con gli occhi, i giudizi e i metri di tutti. Con un po’ di laicità saremmo più liberi, pacifici, disposti a convivere con gli altri (nelle case, nelle chiese, nelle città). Saremmo più belli, colti e divertenti. Spenderemmo meno in oroscopi e terni al lotto pe dedicarci un po’ di più a conoscere, pensare, dubitare.

Io questo straccio lo voglio.