Categoria: insegnamento

giu 06 2007

E i primi della classe?

Ve l’ho già detto sull’Espresso leggo la posta di Stefania Rossini. Spesso trovo vivi e vivaci gli spunti che i suoi corrispondenti gettano lì. Begli sguardi sulla società italiana.

Ho appena letto la lettera di Caterina Di Franco una ragazza di diciotto anni che solleva un problema reale. La scuola italiana, quando va bene ha gli strumenti “per portare a livello della classe chi è indietro”, ma non fa “niente per portare chi è avanti ancora più avanti”.

Complimenti Caterina! Con una lettera metti in piazza il problema della scuola italiana – che Fioroni t’ascolti! – meglio di tanti saggi, indagini, ricerche: bisogna dotare questo strano Paese della convinzione che l’innovazione è vitale, che l’eccellenza paga, che l’istruzione è un momento democratico importante.

Coltivare le élite non è reato, è una necessità per la cultura della nostra società.

Oggi invece la scuola ha abdicato a ogni ruolo di promozione sociale. È pressoché ininfluente: chi entrava con delle opportunità –censo, cultura famigliare, talenti individuali – esce con delle opportunità. Chi non le aveva all’ingresso, continuerà a non averle dopo il diploma, o peggio la laurea. È sacrosanto che la parità delle opportunità sia il punto di partenza, ma oggi è del tutto disatteso.

Perché ne scrivo su questo blog? Perché penso che la scuola e il suo ruolo nel formare le intelligenze di un Paese sia una questione che interessa chi ha a che fare con la scienza. In passato l’Italia ha avuto ministri e sottosegretari che venivano dal mondo scientifico e che avevano un’idea di scuola, per perseguire un’idea di società. Oggi non vedo niente di tutto questo.

Ma se muore la scuola, muore l’università, la ricerca, la capacità d’innovare e di essere modernamente competitivi. Vale a dire di competere senza distruggere e sottomettere gli altri. Penso che valga la pena ascoltare le Caterine che vogliono una scuola che non abbatte le aspettative ma permette alle idee (e ai sogni!) di volare.

giu 04 2007

Tigri e teoremi

Da Popper a Brecht, dal teatro visto con occhio scientifico alla scienza reinterpretata con le categorie del teatro, Maria Rosa Menzio con Tigri e teoremi (Springer, 2007) cammina in bilico tra scrivere e osservare, tra sperimentare e raccontare, tra teatro e scienza, per l’appunto.

L’autrice è una matematica che si è data al teatro. Oggi è il suo lavoro e qualcosa di più: è il suo modo di guardare la scienza e attraverso questa il mondo.

SFERICO: Il mondo fa parte di una sfera, bello mio.

PIANO: Ma non è vero, è un piano. E ficcatelo bene in testa: i corpo, movendosi, si accorciano e si allungano.

SFERICO: Guarda quest’oggetto: l’ho battezzato A. Si sposta per terra e va alla posizione B. Lo vedi? Non è cambiato, è sempre lungo uguale.

PIANO: Storie! Guarda invece il mio, di oggetto, che va dalla posizione C alla posizione D e ovviamente, se si sposta si allunga. Tutto quello che si muove cambia dimensione! Muoversi vuol dire cambiare!

Da “Tigri e teoremi” si possono apprezzare le emozioni della scienza ma soprattutto si può cercare di imparare a scriverne. Menzio ci dice quello che non si deve fare e ci mostra quello che si riesce a fare. Mostra come una vicenda scientifica possa essere teatralizzata, scritta con rigore dopo essersi documentati e aver analizzato e confrontato le fonti. Il segreto sta in due direttive che funzionano bene sia nella Scienza sia nel Teatro: perfezione e semplicità. In una parola: metodo.

Come in matematica, anche nel teatro, l’insegnamento diventa efficace quando si arricchisce di esempi, esempi e ancora esempi. Ci sono quelli scientifici che non ti aspetteresti di leggere in chiave teatrale e quelli teatrali che possono essere decomposti con rigore e sistematicità, scoprendo che li stesso rigore e la stessa sistematicità ci sono stati messi dentro da chi li ha scritti.

È un corso per case study, ma prima di tutto è una lettura avvincente, coinvolgente e un bel po’ sorprendente.

Chiuso il libro viene voglia di dire: adesso ci provo anch’io. Non male come risultato, per un libro.

mag 09 2007

L’Università del 2010

Gli inglesi si sa hanno uno spirito nazionale ben più sviluppato di noi italiani. Forse anche per questo si avvicinano alle cose europee con cautela e difendendo strenuamente i loro simboli e le loro istituzioni. Ci sono situazioni in cui non sbagliano.

Nel 1999 a Bologna è stato lanciato il cosiddetto Processo di Bologna che deve culminare nel 2010 con l’armonizzazione di tutti i corsi di laurea in Europa. Ci sarà chi vedrà valorizzato il proprio e chi lo vedrà declassato. Gli inglesi hanno timori e pianificano contromosse.

Temono che i corsi quadriennali siano visti come corsi di serie B e quindi perdano valore come tappa della formazione di studenti che vogliono diventare ricercatori e scienziati. Così l’Institue of Physics prende le distanze dalla raccomandazioni elaborate dal ministero londinese e invoca un ruolo di leadership per la comunità scientifica che deve esprimersi sull’alta formazione.

Il direttore del settore “education and science”, Peter Main,afferma: “Puntiamo le nostre speranze sulla possibilità che la comunità scientifica spinga il governo all’azione. Il rapporto per ora è manchevole e ignora il problema principale: la riorganizzazione della struttura dei corsi di laurea che in Europa ha avuto quasi ovunque luogo mentre in Inghilterra è in ritardo. È un pericolo e alcuni corsi possono venir considerati di serie B dal resto dell’Europa”. Dall’Inghilterra, il conseguimento dello standard 3+2+3 sembra un passaggio obbligato per offrire un percorso di alta formazione ai futuri ricercatori e scienziati.

A me tutto questo sembra anni luce dalle preoccupazioni di chi vive e governa l’Università in Italia. È vero che da noi il 3+2+3 c’è, ma non sarebbe il caso che anche da noi iniziasse una discussione su come difendere sostanzialmente ciò che va difeso? Ovviamente la condizione è riconoscere che non tutti i corsi meritano la promozione e che alcuni devono stare in serie B o meglio essere chiusi. Offrire alta formazione ai giovani non vuol dire aprire università a “un’ora di macchina” dalla casa di ciascuno. E neppure sbizzarrirsi in corsi di laurea che, lo sappiamo tutti già a priori, non produrranno mai dei lavoratori seri e preparati.

L’Europa, ma prima ancora i suoi giovani, ha bisogno che l’alta formazione sia veramente tale, senza trucchi né offerte compiacenti.

mag 02 2007

Scienza Under 18: da vedere, fare, ascoltare

Se avete in mente di visitare il Leonardo da Vinci a Milano, vi consiglio di farlo il 15, 16 e 17 maggio. Oltre al “solito” museo, potrete godere dell’atmosfera allegra e scientifica che i bambini e i ragazzi di Scienza Under 18 producono tutti gli anni.

La manifestazione finale di Scienza Under 18 è un mix di esposizioni, dibattiti, teatro scientifico, attività giornalistiche e quant’altro. il pezzo forte sono i portici invasi dai banchetti degli studenti ognuno col suo bravo exhibit, i cartelloni che spiegano e soprattutto le ragazze e i ragazzi (le bambine e i bambini, le e gli adolescenti) che raccontano quello che hanno fatto. E la competenza fa a gara con l’entusiasmo.

È un’occasione per parlare di scienza – dall’acqua a Pitagora, dall’energia solare ai semi, dalla chimica alla gravitazione -, per vederla in azione, per apprezzare quello che gli studenti italiani sanno capire e di conseguenza fare. Per me, è un’iniezione di fiducia, di ottimismo, oltre che un osservatorio privilegiato e unico sulla scuola italiana.

Andate e sperimentate.

Se invece non siete a Milano in quei giorni, dal sito di Scienza Under 18 potete risalire agli appuntamenti nelle sei altre sedi lombarde (Brescia, Casale, Mantova, Monza, Pavia, ) e in quella di Sestri Levante, prima uscita dalla regione.

Adesso non rimane che lavorare perché Scienza Under 18 si radichi in altre regioni d’Italia (o d’Europa?).

Dopo i primi dieci anni, il modello è maturo e vale la pena esportarlo.

Buona manifestazione a tutti.

apr 25 2007

Compiti di matematica

Sanno sempre più cose di noi e noi non lo sappiamo. Accumulano nozioni su nozioni, spesso del tutto inconsapevolmente, e hanno qualche difficoltà a metterle in relazione tra loro. Usano mezzi che ci sfuggono e che noi chiamiamo giochi. Sono i digitali nativi, i nostri figli. Sempre più informatizzati, tecnologici e abituati sin dalla nascita ad avere a che fare con pc, mp3, sms, dvd ecc. ecc.

Se non vogliamo perdere i contatti, l’unica è andargli incontro.

È quello che fa un nuovo sistema per la gestione dell’apprendimento che aiuta i genitori a non perdere i contatti con quello che i loro figli fanno a scuola, con un buon gradimento da parte di studenti, genitori e insegnanti.

Secondo il Consiglio delle ricerche economiche e sociali di Londra, il sistema HOMEWORK sviluppato dal London Knowledge Lab è perfetto per supportare i genitori. Migliora la comunicazione con gli insegnanti e, incredibilmente, anche con i figli, almeno sui temi scolastici. Garantisce continuità di obiettivi e di metodi tra il lavoro fatto a scuola a quello a casa. Migliora lo svolgimento dei compiti in quantità e qualità. Ma soprattutto aiuta a sfruttare meglio il tempo.

Ma il vero miracolo è che tutto questo succede per la matematica, una disciplina verso la quale molto spesso gli stessi genitori si sentono inadeguati e quindi non capaci di aiutare i figli ad apprendere.

Vedere invece i bambini a proprio agio con uno strumento informatico, senza che si debbano arrabattare con fogli e quaderni è di grande supporto per i genitori stessi che affrontano il sostegno ai compiti a casa con più tranquillità e meno ansie. I genitori si divertono a scoprire cosa i figli fanno a scuola e per di più su un mezzo che è molto più famigliare a questi che a loro.

Anni luce avanti rispetto alla scuola italiana. Un po’ come mi è capitato di vedere in Portogallo.

mar 22 2007

I digitali nativi

I digitali nativi, li chiama Furio Honsell, rettore all’Università di Udine e volto televisivo con Fabio Fazio.

I digitali nativi sono ormai tra di noi. Ci hanno lasciato indietro, al di là del digital divide. È stato fatto un salto quantico lungo l’albero dell’evoluzione. La nuova speciazione dal sapiens sapiens è avvenuta! I digitali nativi non presentano ancora differenze fenotipiche percepibili – ma cognitivamente e comportamentalmente sono diversi. Agiscono e pensano con un grado di parallelismo per noi irraggiungibile. Sono i giovani, i nostri figli, saranno le future generazioni. Lesile Lamport, guru dell’informatica, si vantava il secolo scorso di essere capace di masticare chewing gum e contemporaneamente programmare digitando sulla tastiera. Ben poca cosa rispetto a quanto fa quotidianamente un nativo digitale, che contemporaneamente: scambia sms, ascolta l’ipod, lavora su un PC con più finestre attive. Una in videochiamata skype, alcune in modalità chatting, altre presentano videogiochi interattivi, su una scorre un video, altre sono discussion groups. Ogni tanto anche alza la cornetta del telefono”.

Qualcuno di noi riconosce in sé dei tratti da digitale nativo, ma in realtà al massimo lo siamo d’adozione, per imitazione, per apprendimento.

Sono i giovani, i figli, gli studenti, le nuove generazioni a essere genuinamente nativi.

Ed è un problema, in quest’Italia che guarda ostinatamente agli anziani, ai genitori (ops, ai nonni), agi professori, alle generazioni che dovrebbero andare in pensione, e che invece monopolizzano tutte le posizioni decisionali.

I digitali nativi prenderanno le decisioni del futuro prossimo, faranno le scoperte del futuro prossimo, impareranno le cose (del passato) per il futuro prossimo.

Qui sta uno dei nodi, quello che c‘interessa: come si trasmette la conoscenza, scientifica ma non solo, a chi non legge un libro, ha un’attenzione frammentaria e diffusa, è sommerso da una mole di dati ma ha problemi a metterli in relazione? A parole la risposta è facile: si devono valorizzare l’sms, l’ipod, il PC con più finestre attive, skype, le chat, i videogiochi interattivi, i video, i discussion groups. Nei fatti ci sono alcuni ordini di difficoltà da scalare per costruire nuovi modi di comunicare, raccontare e condividere.

Anche perché la scienza è la scienza. E vuole rigore, dialogo, approfondimento, esercizio, verifica, valutazione ecc. ecc. ecc.

Insomma, gli strumenti futuri sembrano esserci, le generazioni adatte a questi strumenti anche, ora si tratta di produrre la nuova didattica, divulgazione, diffusione, comunicazione.


Francesco Pira e Vincenzo Marrali ci ragionano su in “Infanzia media e nuove tecnologie”, Franco Angeli 2007.

feb 18 2007

A scuola in Portogallo

Come ho scritto la settimana scorsa, sono stato a Lagos in Portogallo per il progetto Sedec. Abbiamo lavorato nei locali di una scuola superiore e ne abbiamo frequentata una seconda per due serate di seminario. Non si può certo dire che io abbia un campione significativo, ma qualche elemento di confronto con gli edifici scolastici che conosco in Italia a me è saltato agli occhi.

I ragazzi alle superiori vanno a scuola cinque giorni la settimana mattina e pomeriggio e hanno ore buche durante il giorno. Hanno cioè un orario flessibile basato su attività piuttosto che sull’appartenenza a una classe – e forse non è una novità in altri paesi del mondo, ma in Italia siamo a un altro modello.

Nelle scuole ci sono laboratori di fisica, chimica e biologia, costruiti, realizzati e mantenuti grazie alla partecipazione delle scuole a progetti europei.

Sono stato in un auditorium che raccoglieva comodamente seduti cento cinquanta insegnanti e che era dotato di una cabina e delle cuffie per la traduzione simultanea.

Le sale professori sono organizzate con tavoli e salottini che permettono a gruppetti di stare assieme in un ambiente davvero confortevole e rilassante. In una delle due che ho visto c’era anche un bancone bar.

Ci sono aule ricreative con divani, ping-pong, biliardi e altri giochi per l’intrattenimento, nelle quali quasi a ogni ora ho visto studenti rilassarsi.

Negli intervalli ho sentito musica risuonare per i corridoi. Risultato: ragazzi tranquilli e schiamazzi al minimo.

Non ho visto bidelli ma in entrambi i casi solo un custode in una guardiola all’ingresso.

Mi hanno detto che nelle scuole (superiori!) è vietato che circolino soldi. Gli studenti hanno una carta di credito, caricata dai genitori, con la quale comprano merende, bevande e fanno fotocopie.

In corridoio, di fianco a un armadio a vetri che mette in bella evidenza gli oggetti smarriti, c’è uno sportello elettronico al quale farsi copia di tutti i propri certificati, se ho capito bene anche non scolastici.

Nel giardino non c’erano immondizie, nei bagni niente scritte sui muri e in un locale aperto agli insegnanti quindici computer connessi a internet erano a disposizione.

Poche di queste cose richiedono soldi o riforme scolastiche. Ma basta voler creare un ambiente confortevole e famigliare che gli studenti possano sentire come loro.

Secondo me sarebbe un buon punto di partenza, autonomia o non autonomia.

feb 12 2007

Scienza e cittadinanza europea

Parte dalla scuola ma guarda all’Europa tutta il progetto triennale Sedec (Science Education for the Development of European Citizenship) che è appena entrato nella seconda metà delle sue attività con un seminario di lavoro e dissemination a Lagos in Portogallo.

Ci siamo trovati lì, convergendo da Polonia e Repubblica Ceca, Italia e Francia, Romania e Olanda, oltre che, beninteso, Portogallo. Veniamo da istituti di formazione e di ricerca didattica, da osservatori astronomici e da dipartimenti universitari, da musei e da compagnie che fanno della comunicazione della scienza un loro obiettivo.

Sedec spera di rispondere ad alcune domande: quale rapporto c’è tra scienza e cittadinanza? Cos’hanno in comune? Come l’educazione scientifica può sostenere l’educazione alla cittadinanza? Ed è possibile il viceversa?

Partiamo da una ricerca su come i bambini e gli adolescenti vedono la scienza e l’Europa, lo scienziato e il suo lavoro, la ricerca e il suo contributo all’Unione europea del futuro. Poi costruiremo un database di materiali per l’insegnamento, e attorno all’insegnamento, delle scienze soprattutto per le scuole elementari e medie. Infine ci sarà un corso europeo per insegnanti.

Speriamo di produrre uno spettro di proposte per i musei, le scuole ma anche per le istituzioni scientifiche e le compagnie private, che contribuiscano alla crescita di un maggior interesse dei giovani per la scienza e per le carriere scientifiche, come momento di integrazione, sviluppo e cittadinanza in Europa.

L’obiettivo profondo è fare un passo nella cultura del dialogo che è tanto importante per lo sviluppo della scienza quanto per quello delle decisioni democratiche.

gen 18 2007

Dieci anni di Scienza Under 18

Non tutti i progetti per la scuola si aprono con dei laboratori.

E se poi nei laboratori gli insegnanti fanno quello che nei mesi successivi dovranno fare gli studenti, il coinvolgimento è assicurato. Già dalla presentazione si capisce che Scienza Under 18 non è il solito progetto per la scuola: non ci sono resoconti di docenti esperti, non si ascoltano relazioni e conferenze, non si commissionano analisi a esperti. Si partecipa.

E come? Gli studenti devono “semplicemente” realizzare un exhibit, farlo funzionare, costruirgli attorno tutti gli apparati necessari: dai cartelloni agli opuscoli d’istruzione, dai pezzi di ricambio alla formazione di quelli di loro che faranno da guide, da espositori. Il gran finale è metterlo in mostra al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” in quattro giorni (15-18 maggio) difficilmente dimenticabili: la prima esposizione da protagonisti, e per di più nei bellissimi chiostri di un museo vero.

Sono giorni nei quali gli studenti, dalle scuole materne alle elementari, dalle medie alle superiori, espongono – a Milano e in altre cinque sedi lombarde – a un pubblico di studenti e di visitatori i progetti di scienza che hanno preparato durante l’anno. Fianco a fianco, lavorano cuccioli di tre quattro anni e marcantoni di diciannove, senza soluzione di continuità, in un brulicare allegro e chiassoso nel quale ciascuno è orgoglioso di mostrare quello che ha fatto, dopo averlo capito.

E il protagonismo è garanzia di un insegnamento che propone agli alunni un modello vivo e appassionante dil sapere scientifico, dalla comprensione alla realizzazione alla comunicazione. È un percorso nel quale gli studenti si riappropriano dei propri processi di apprendimento. E gli insegnanti entrano a far parte di una comunità viva che fa ricerca e formazione sul rapporto tra insegnamento, apprendimento e comunicazione della scienza. Una comunità che ha capito concretamente che l’interazione comunicativa è una pratica tra diversi attori, scuola compresa. E che gioca il suo ruolo in questa interazione.

L’operazione di portare la scienza fuori dalla scuola, aggiungendo quindi all’educazione scientifica che si pratica all’interno la componente di comunicazione pubblica dei progetti da parte degli studenti, è un volano che dagli effetti del tutto imprevisti e sorprendenti per gli stessi organizzatori di Su18.

Negli anni, le classi hanno proposto pratiche del tutto innovative: il teatro scientifico sui contesti personali e storici degli scienziati; il giornalismo scientifico pensato e realizzato dagli studenti; le sfide alla scienza che vestono gli studenti dei panni dei ricercatori. E ogni anno si esplorano percorsi del tutto imprevisti, che l’anno successivo sembrano ovvi ma che tutte le volte offrono un’opportunità di innovare e di sperimentare.

Questo è il decimo anno: il bilancio è di 1400 progetti esposti, 30.000 studenti espositori, 2.500 docenti coinvolti e 60.000 visitatori presenti.

Un unico rammarico: che Scienza Under 18 non abbia ancora preso piede in altre regioni.

gen 02 2007

Gli studenti e la scienza

Migliorare l’insegnamento delle scienze e la capacità di interessare un pubblico più ampio, a questo mira Eurydice, una delle attività del progetto Socrates. Le tappe sono le solite:

  1. dare a ciascuno un bagaglio scientifico sufficiente per vivere e decidere in una società tecnologicamente avanzata,
  2. attirare i giovani verso gli studi scientifici.

Per prima cosa, serve conoscere la situazione in Europa e così il database Eurybase raccoglie dati sulla scuola di trenta paesi, aderenti e non all’Unione europea; ma anche pubblicazioni, documenti e rapporti sullo stato dell’insegnamento, sull’istituzione scuola e sulle politiche educative.

L’ultimo di questi rapporti è “Science teaching in schools in Europe. Policies and research” che indaga l’insegnamento delle scienze nelle scuole elementari e medie, o meglio nei loro equivalenti paese per paese. Ovviamente, analizza la capacità del docente di realizzare esperimenti complessi e la necessità di partire dai concetti e dai ragionamenti spontanei degli studenti.

Ciò che invece colpisce per novità è come vengono studiate le differenze tra ragazze e ragazzi. Per farlo, il rapporto pone al centro dell’analisi l’atteggiamento e l’interesse che hanno per la scienza. E questo non è uno dei punti di vista usuali, ma piuttosto è mutuato dagli studi sull’immagine della scienza e su come questa viene percepita.

La cultura e il contesto locale influenzano in modo rilevante la percezione di bambini e ragazzi sulla scienza. Molte delle loro idee e convinzioni derivano dal contesto culturale nel quale stanno crescendo e che loro evidentemente rispecchiano. Pregiudizi, sentimenti, ideali e valori possono prevalere su fattori meramente cognitivi e solo studiando direttamente gli atteggiamenti e gli interessi (in una maniera alternativa a quella “sottrattiva”, che misura invece quanto i ragazzi sanno o non sanno di scienza) è possibile capire queste influenze.

Ed è tanto più vero quando vogliamo capire cosa porta ragazze e ragazziad avere atteggiamenti che nel tempo divergono.

L’Anisn offre una sintesi in italiano del rapporto, oltre ad altri utili documenti in merito.