Categoria: linguaggi

ago 30 2008

Ci son più numeri che parole

Brian Butterworth studia il rapporto tra matematica e linguaggio, scrive bei libri e si spinge alle frontiere dell’intelligenza matematica. Questa volta ha avuto la fortuna, il metodo e la serendipità, di imbattersi in due comunità di aborigeni australiani che non hanno le parole né i gesti per i numeri. Quale manna per il professore e per il suo gruppo all’ UCL (University College London).
L’obiettivo che si ponevano era scardinare la convinzione che viga un determinismo linguistico grazie al quale noi avremmo l’idea del numero 5 solo possedendo la parola cinque. Non è così: lo studio sugli aborigeni mostra come tutti noi possediamo un sistema innato per riconoscere e rappresentare la numerosità.
Insomma, sembra che avesse ragione il buon vecchio Kronecher a dire che “Dio creò i numeri naturali, tutto il resto è opera dell’uomo”. Forse non vengono proprio da Dio, ma Butterworth ci garantisce che sono parte della nostra natura.

PS: l’articolo in cui si racconta dello studio è “Numerical thought with and without words: Evidence from indigenous Australian children”, di B. Butterworth, R. Reeve, F. Reynolds e D. Lloyd, pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences of the USA (PNAS).

mar 27 2008

Quando il 25 dicembre non è Natale, 20+5 fa comunque 25

Brian Butterworth è uno che ama studiare i numeri – si veda il suo bel libro Intelligenza matematica edito da Rizzoli qualche anno fa – e questo ce lo rende simpatico. Ora esce un suo studio, assieme a Marinella Cappelletti, Ashok Jansari e Michael Kopelman su alcuni malati con una disfunzione cerebrale che fa loro dimenticare i numeri.

Pensateci: nella nostra società tutto è numero. Dalle reti Rai al PIN, dalla targa della macchina al numero civico, dai – sempre più numerosi – numeri di telefono agli anni, le marche, i parametri socioeconomici ecc. ecc. ecc.

Dimenticare i numeri è uno svantaggio sociale non da poco.

Ebbene lo studio inglese, uscito sul numero di marzo della rivista Cortex, ci dice che abbiamo due memorie diverse per i numeri: una aritmetica, che sovrintende alle nostre capacità di calcolo, e una non aritmetica, che si fa carico dei numeri come etichette, indicatori, in definitiva nomi. E nel caso delle lesioni studiate, i pazienti hanno perso questa seconda – quella non aritmetica – e hanno conservato la prima – quella aritmetica.

Quasi che nella nostra mente le capacità di calcolo fossero meglio radicate e avessero più significato del semplice uso nominalistico che facciamo di molti, troppi, numeri.

Tutto sommato incoraggiante: calcolare è nella nostra natura.

dic 13 2007

Mars Artist

L’ESA , l’agenzia spaziale europea, pubblica foto scattate da Mars Express al Labirinto della notte su Marte e che hanno oltre al loro valore scientifico anche un carico espressivo ed emozionale non indifferente.

Valli, monti e canyon; processi vulcanici e formazioni tettoniche, questo quello che leggono gli scienziati. Ma forse ciò che è più importante è quello che vediamo tutti noi e che queste foto esprimono davvero.

Su Marte c’è un mondo tutt’altro che immoto che si trasforma e muta nel tempo.

Un mondo non troppo dissimile da quello che vediamo sulla Terra.

In poche parole c’è un bel mondo.

Credo che sia di per sé interessante una fruizione della scienza che provoca piacere e coinvolgimento, anche se non attiva conoscenze nuove.

Anche la Venere di Milo può essere guardata per imparare, ma prima di tutto può essere guardata e basta.

giu 21 2007

Tutti i numeri sono uguali a cinque

A cominciare siamo in tre, stefanosandrelli, robertghattas e danielegouthier.

(Letto col ritmo giusto fa rima).

Quello che facciamo è un altro blog.

Dietro questo blog ci sono alcune persone che amano la scienza quanto scrivere. E per questo fanno tutti e due.

Il nostro intento è scrivere storie, incontrare autori, raccogliere frammenti di vita camminando di fianco alla scienza, nel modo più libero e sfacciato che si possa immaginare. Abbandonandoci alle digressioni, alle emozioni, alle intuizioni del cuore, alle immagini, alle sensazioni che affiancano la pratica quotidiana delle scienza, ma che dalla scienza codificata non fanno parte.

Qualche volta la scienza è metodo, strumento, modo di mettersi in relazione con cose e persone; qualche altra diventa idee, pensieri, comportamenti, atteggiamenti. Ci piacciono quei racconti che possiedono una voce che emerge dal profondo della cultura scientifica dell’autore, ma anche dai suoi pregiudizi, dal suo modo di essere persona, dalla sua visione della società, del mondo.

Non lo nascondiamo – e come potremmo? – il blog è fratello di un libro che uscirà a settembre e che s’intitola proprio così: “Tutti i numeri sono uguali a cinque”.

Speriamo di continuare, di avere persone che vogliano dialogare, confrontarsi, sperimentare con noi la scrittura intorno alla scienza. Ma che sia una scrittura prima di tutto narrativa e che la scienza c’entri in quanto cosa di questo mondo. Come l’amore e la guerra, gli amici e i sorrisi, le sofferenze e le passioni.

Tutte robe di donne e di uomini, al pari della scienza del resto.

mag 31 2007

Mettere tutti nelle condizioni di fare domande

C’è questa ricerca di cui ho letto e che mi ha fatto un po’ pensare. L’Economic and Social Research Council ha finanziato uno studio che cerca di capire i modi in cui le persone si sforzano di evitare gli scontri negli scambi di battute più normali e quotidiani.

Scattano meccanismi di solidarietà sociale che permettono di rendere più tranquille le interazioni. E tutto questo a livello linguistico. Le frasi vengono costruite in modo diverso a seconda del contesto, adattando le forme di cortesia, il livello lessicale, la famigliarità o la formalità delle parole che usano.

Questo può essere ovvio. Quante volte ci capita di sapere quale formula usare senza neanche pensarci? “Andiamo?”, “Andiamo!”, “Vuoi che andiamo”, “Io penso che potremmo andare”, “Forse vuoi che andiamo”, “E’ proprio ora che andiamo”.

Ma perché tutto questo è interessante? Perché dipende dal contesto e ci sono contesti nei quali affrontiamo, o meglio siamo costretti ad affrontare, questioni complesse, delle quali non controlliamo tutti gli aspetti e di conseguenza siamo più impacciati nel trovare la formula giusta. O almeno dobbiamo fermarci un attimo a pensarci su. Capita a tutti.

Capita anche che ci siano situazioni nelle quali molti, se non tutti, gli attori coinvolti non riescano a trovare le parole e quindi si esprimano male anche nel fare le domande. E possono essere domande importanti.

Pensiamo ai casi di comunicazione medico paziente nel quale il contesto è fortemente asimmetrico e lo sono gli interessi in campo: c’è uno sguardo professionale, per quanto umano e coinvolto, e uno sguardo toccato nel vivo dalla malattia. Ma ci sono anche situazioni meno drammatiche e cariche di pathos come quelle degli scontri ambientali – dal nucleare all’alta velocità alle discariche. E qui le parti in causa possono essere anche molto a disagio nel contesto in cui sono e quindi possono essere portate a fare grossi sforzi per evitare gli scontri. E possono non riuscirci.

Quello che succede nella dinamica a due (“Andiamo?”, “Andiamo!”, “Vuoi che andiamo”…), succede a maggior ragione su situazioni tra gruppi di cittadini, scienziati e non, intorno a questioni che richiedono di decidere in condizioni d’ignoranza, facendosi carico di rischi ed eventuali pericoli.

Ecco allora che è importante che gli attori – soprattutto gli attori esperti – sviluppino atteggiamenti per abbassare la soglia di sforzo di tutte le parti in causa. Per far sì che le domande vengano poste nel modo più sereno e adatto possibile ed evitare che già sul piano linguistico si aprano dei conflitti.

mar 13 2007

Matematica e cultura a Venezia

La settimana scorsa c’è stata l’undicesima edizione di “Matematica e cultura”, l’appuntamento voluto e animato in senso alto da Michele Emmer. Non è un convegno, non è un seminario, non è un appuntamento di ricerca.

Sono tre giorni all’insegna del confronto e dell’incontro. La matematica incontra la letteratura e il cinema, l’arte e le applicazioni, l’ambiente e le investigazioni, la politica e l’economia. Ma soprattutto ci sono matematici e non che c’incontrano e si parlano. È vero che ognuno parla la propria lingua e che il programma è densissimo. Ma Emmer e Venezia fanno di tutto perché il clima sia accogliente e perché il pubblico sia aperto e ricettivo nei confronti delle idee più diverse che si trova ad ascoltare.

Ci sono stati i soliti pezzi forti: Marco Abate che racconta una bella storia (la vita di Hardy), Marco Li Calzi che mette il dito nella piaga della politica italiana e non solo (e ci racconta di sistemi elettorali che possono essere costruiti a ragion veduta per favorire i partiti grandi o quelli piccoli), Gian Marco Todesco che affascina con le tecniche di realizzazione dei cartoni animati (ci siamo beati di piogge, sciami e voli di anatre).

Poi quest’anno, la forza di “Matematica e cultura” è stata nelle immagini, nella visualizzazione della matematica, nella sua estetica.

I ricordi che mi sono portato a casa sono molto più visivi che di parole dette. E credo che anche questo sia un segno della maturità del rapporto tra matematica e cultura. Ai matematici, ma anche ai loro pubblici, serve vedere ciò di cui si parla molto più che ascoltarlo. E l’immagine è molto più cittadina di questi tempi di quanto lo sia la parola.

Insomma, a Venezia ho visto una matematica in salute.

Per chi non c’era, Springer Italia pubblica la collana degli atti di “Matematica e cultura” a cura sempre di Michele Emmer. Sono volumi ricchi e utili a stimolare riflessioni e pensieri anche nel tempo.

mar 01 2007

Il linguaggio bellicoso della scienza

Quasi quasi non ci facciamo neanche caso, ma le metafore belliche abbondano nella scienza. Siamo circondati da: guerra contro il cancro, conquista dello spazio, cellule killer, biosicurezza, obiettivi che devono essere colpiti, malattie da sconfiggere e difese da sviluppare. Per non parlare di Archimede e Carnot, e ne cito solo due, che nei secoli passati avevano un coinvolgimento bellico in prima persona. E che dire del Ventesimo secolo? Dal progetto Manhattan in poi c’è solo l’imbarazzo della scelta.

George Lakoff, linguista cognitivo di Berkeley, dice che “non è solo questioni di linguaggio, è proprio un modo di pensare”. E Brigitte Nerlich, professoressa di Scienze, linguaggio e società all’Università di Nottingham porta il ragionamento un passo più in là: “nella microbiologia gli scienziati costruiscono un frame di riferimento nel quale virus e batteri sono il nemico e l’obiettivo è distruggerli”. Negandosi automaticamente ogni alternativa di ricerca.

Parole di guerra portano pensieri distruttivi e questi indirizzano in una sola direzione la ricerca, facendole perdere la flessibilità di un cammino che ammetta la serendipità come modalità di guardare alle cose. Certamente si perde qualcosa.

E poi c’è un problema d’immagine e forse non di sola immagine. L’epidemiologo Erik von Elm, dell’Università di Berna, completa il discorso: “una delle caratteristiche della scienza dovrebbe essere l’obiettività, ma le metafore belliche sono tutto il contrario. Hanno tutta l’intenzione di creare un clima di propaganda”. E qui si perde qualcos’altro. Molto altro.

Il rapporto tra scienza e linguaggio è critico: informa il pensiero scientifico e le relazioni tra la scienza e il resto della società. Due dimensioni determinanti per una buona vitalità di entrambe, e forse per l’esistenza stessa della scienza.

È poi è paradossale che la natura fortemente cooperativa, internazionale, pacifista e laica della scienza sia offuscata da un linguaggio distruttivo, competitivo e propagandistico.

Per saperne di più, leggete “The war against war metaphors”, recentemente apparso su The Scientist.

feb 23 2007

Perché ci piace la musica

Perché ci piace la musica è il titolo di un libro appena uscito.

Autrice: Silvia Bencivelli.

Editore: Sironi, in quel bel contenitore che è la collana Galapagos, meta e origine di alcuni bei viaggi scientifici.

Scritto bene, con garbo e ironia tutta pisana, “Perché ci piace la musica” è dichiaratamente un libro sulla scienza che ruota intorno alla musica molto più che sulla musica stessa. Ci sono gli animali e il loro comportamento. Gli archeologi e le loro scoperte, a partire dal flauto di Geissenklösterle che apre il libro.

Ma c’è anche tanto cervello, tanto comportamento umano, una manciata di linguaggi vari e variegati.

C’è soprattutto la storia di una ricerca che vive <>, per dirla con l’autrice.

Il libro poi è pieno di bambini: sani e malati, normali e geniali, musicisti e oggetto di test scientifici. Lo sapevate che i bambini ascoltano con più attenzione il canto della mamma che le sue parole?

La musica s’intreccia con le emozioni e con le differenze di genere. Con la psicologia e con le seduzioni del commercio: un’enoteca nella quale Mozart fa da sottofondo vende vini più cari di una in cui non c’è. Con la televisione, con la radio e con il cinema: dal pianoforte del cinema muto alle colonne sonore che tanto informano ogni film

Il libro si legge di getto e i capitoli scandiscono un ritmo che ci trasporta dalla musica alla scienza che le gira attorno.

C’è veramente tanta scienza, soprattutto di quella del Ventesimo secolo.

E quasi non ci accorgiamo di una certa ambiguità tra scienza e musica.

Al di là del titolo, chi è la protagonista?