Categoria: ricerca

mag 10 2007

Meno di un mese per partecipare a Forlì

Entro il 1° giugno 2007 bisogna mandare il proprio abstract per partecipare all’appuntamento annuale del gruppo ICS, copromosso assieme all’Associazione Nuova Civiltà delle Macchine: il Convegno Nazionale sulla Comunicazione della Scienza.

Il convegno di Forlì festeggia i cinque anni ed è ormai un appuntamento per i ricercatori in comunicazione della scienza. Ma anche per molti giornalisti, storici, filosofi e sociologi della scienza.

Come abbiamo già scritto qualche settimana fa, gli argomenti di interesse sono le percezioni pubbliche della scienza; la storia della comunicazione della scienza; la comunicazione istituzionale della scienza; la comunicazione interna della scienza; la comunicazione pubblica della scienza con particolare attenzione a: scienza e media; divulgazione della scienza; comunicazione del rischio; arte, letteratura e scienza; comunicazione della scienza tra non-esperti.

Sicuramente anche quest’anno sarà un momento utile alla costruzione di quella comunità di riflessione attorno al rapporto scienza/società di cui in Italia c’è molto bisogno. A Forlì s’incontrano ricercatori, studiosi e osservatori di tutto ciò che si muove dalla scienza alla società e soprattutto viceversa. Il confronto e il dialogo sono sempre vivaci e partecipati. E, nota non marginale, il Comune di Forlì garantisce tutti gli anni la partecipazione di scolaresche al convegno. E così gli esperti che parlano tra loro devono impegnarsi a essere chiari e comprensibili per un bel gruppo di studenti delle superiori.

Come dire: la pratica affianca la grammatica.

mag 01 2007

Proposta: il 29 febbraio giorno dei precari

Oggi è il giorno dei lavoratori, perché il lavoro è un fondamento della nostra società. L’alternativa è la legge del più forte, non un granché come alternativa. Il lavoro dovrebbe premiare chi c’è, chi fa, chi sa. Non sempre è così, spesso il più forte continua a prendersi il meglio.

Così forse dovremmo dedicare un altro giorno ai precari: per analogia, il giorno più precario dell’anno è il 29 febbraio. L’esistenza stessa dei precari ha due facce. Una è quella del più debole che soccombe al più forte. Ed è una faccia particolarmente truce, che oggi prende sempre più spesso le fattezze dell’anziano che ruba le opportunità al giovane – e non parlo di noi quarantenni, ma di chi è giovane davvero e che di opportunità ne vedrà ben poche. Ma è anche la faccia di chi deve accettare un lavoro senza nessuna sicurezza – da quella che causa la morte o garantisce la vita, a quelle meno importanti ma niente affatto trascurabili: niente mobbing, niente licenziamenti arbitrari ecc. ecc. Tutto fa pensare che avremo una società sempre più divisa tra garantiti e non garantiti. I primi hanno diritti, gli altri no. I primi sono stabili, gli altri precari.

Il mondo della scienza da parte sua è pieno di figure precarie, dentro e fuori la ricerca: ricercatori, tecnici, bibliotecari, redattori, animatori museali, praticanti giornalisti, collaboratori radiotelevisivi. E via enumerando. Più la ricerca si apre alla società, più il numero dei garantiti si restringe, i posti rimangono vacanti, i progetti vengono portati avanti da esterni, magari pieni di titoli e di qualità, ma sprovvisti di ogni stabilità e prospettiva futura.

Il rischio è che la linfa, l’energia vitale, l’entusiasmo siano relegate dalla comunità scientifica a una posizione neanche di secondo piano ma proprio subordinata, tollerata. E di conseguenza, l’entusiasmo, l’energia e la linfa verranno a mancare. Non è un problema di destini individuali, è un problema di comunità che vuole crescere o che preferisce invecchiare. E comunque, anche sul piano dei destini individuali: perché dovrebbero essere i venti-trentenni a pagare il costo di un mondo del lavoro che non sa stare in piedi, che non sa valorizzare le proprie qualità e penalizzare chi spreca risorse? Perché devono assistere in silenzio all’invecchiamento di strutture essenziali per lo sviluppo del Paese (quali la ricerca e l’alta formazione) solo perché in Italia tutti prima o poi devono diventare professori ordinari, incuranti del fatto che l’università e la ricerca non si fanno con i soli ordinari?

Per la cronaca l’altra faccia del precariato, quella pulita, ha il sorriso di chi sceglie di essere flessibile per cambiare, mettersi in gioco, rischiare per crescere, perché spesso in Italia le protezioni sono anche limitazioni. Ma è una faccia che rischia di essere, nel migliore dei casi, specchietto per le allodole. Nel peggiore una fregatura. E in ogni caso funziona per pochissimi individui che possono affrontare il lavoro dall’alto di una posizione personale solida – per qualità individuali, patrimonio famigliare, rete sociale di sostegno ecc. ecc. –, insomma, tutt’altro che la regola. Ed è difficile immaginare che il numero di quanti scelgono la precarietà per mettersi in gioco non continui a essere residuale (ma forse questi, chiamiamoli liberi professionisti e non precari, dal momento che anche i nomi hanno il loro peso). Il fenomeno di massa è l’altro ed è un fenomeno che ruba il futuro a generazioni di giovani; che garantisce posizioni a chi giovane non è ma non vuole farsi da parte per occupare un ruolo più defilato nella società.

apr 17 2007

Nascono tre nuove riviste di free-sica

Cinquant’anni fa, Albert Einstein predisse l’avvento dell’era dell’open access: “Lo scambio libero e senza vincoli di idee e risultati scientifici è una necessità per un sano sviluppo della scienza”. Oggi, il deficit di accesso alle pubblicazioni scientifiche è uno dei problemi che rallentano i processi di scoperta. Pertanto, la lettura libera dei risultati della ricerca è una delle vie per rendere efficace e veloce la diffusione dell’informazione scientifica.

BioMed Central è uno dei maggiori editori open access di riviste basate sulla peer-review. E nell’aprile 2007 ha lanciato tre nuove riviste di fisica, matematica e informatica che vogliono rispondere alla crescente domanda di open, della quale il Cern si fa portavoce.

Il Cern infatti si pone a capo di un movimento che mira a ristrutturare l’editoria scientifica facendo dell’open access la principale fonte di informazione. Così non stupisce che Massimo Giovannini della Divisione di fisica teorica del Cern abbia deciso di entrare nell’editorial board di una delle tre nuove riviste: “Sono felice di lavorare per PhysMath Central. È un tentativo encomiabile di permettere l’accesso libero alla ricerca garantita dalla peer-review. Risponde a una domanda forte da parte di molte istituzioni nel mondo che non possono più sottoscrivere gli esosi abbonamenti che altri editori richiedono per le loro riviste”.

È una strada che si deve battere perché tutti devono poter leggere i risultati scientifici. Ed è una strada che si potrà battere solo se i grandi laboratori faranno da apripista per le tante istituzioni scientifiche minori, che quasi sempre vuol dire povere. Che quasi sempre sono di paesi in via di sviluppo, ma che possono essere anche piccole istituzioni di paesi per niente poveri.

Non si tratta solo di una questione di democrazia e di diffusione della scienza. Ma l’alternativa all’open access è strozzare la scienza nella culla, prima che possa muovere i suoi passi. Infatti, gli alti costi delle pubblicazioni scientifiche negano la possibilità stessa del confronto e della garanzia della qualità che può venire solo da un controllo sociale diffuso all’interno di ciascuna comunità scientifica.

Come già in passato con altre esperienze – la più nota e affermata è Jhep – i fisici si muovono con agilità e sicurezza sulla strada dell’open.

Auguri di lunga vita a PhysMath Central.

mar 18 2007

Ricercatori fuori dall’università

Ma la scienza si fa veramente nelle Università? Dove si crea la nuova conoscenza? Che ruolo hanno i ricercatori non-universitari?

Sono le domande che si sono posti a Belfast con il Festival delle Scienze Sociali, organizzato dall’Economic and Social Research Council presso la Queen’s University.

Pensiamo agli storici che si occupano di storia locale e famigliare, ai biografi, agli archeologi, agli astronomi amatoriali, ai naturalisti sul campo, ai giornalisti scientifici e a molti altri. Tutti sono fuori dalle università ma sono in grado di dialogare con gruppi di ricerca e di raggiungere risultati realmente scientifici.

David Livingstone, geografo e uno degli organizzatori del Festival, sottolinea come quelle delle università quali fonte unica della conoscenza sia un mito infondato: “La conoscenza è sempre stata prodotta in molti contesti diversi dalle università, in ogni epoca. Nella nostra, che si caratterizza per un peso crescente della specializzazione, è ancora più importante che ci sia un dialogo onesto e vero tra chi sta dentro e chi sta fuori dalle università. Il rischio? È che le università stesse siano tagliate fuori dai processi economici basati sulla conoscenza”.

In ballo è il ruolo delle università, forse la loro stessa esistenza. Se non sapranno riconoscere il contributo essenziale di studiosi indipendenti e se non li sapranno accogliere come membri di pari diritto della comunità scientifica, saranno presto una sede superata e rischieranno, loro, di essere tagliate fuori dal dibattito scientifico.

Non basta più che le università facciano alta formazione e ricerca, ora devono anche fare comunicazione, con la società tutta, e in particolare con gli studiosi indipendenti.
Chi sta fuori infatti ha spesso una maggior agilità e versatilità che gli permette di produrre conoscenza altrettanto buona e contemporaneamente di metterla in circolo nel mercato della conoscenza.

In questa cornice, le università rischiano la fine dei dinosauri, sempre che, come a Belfast, non colgano l’importanza di mettersi in gioco e confrontarsi con chi si muove liberamente nel mondo esterno.

mar 14 2007

Partecipate al convegno di Forlì

Quest’anno il tema del convegno di Forlì sarà la società della conoscenza.

Si tratta dell’appuntamento annuale del gruppo ICS, copromosso assieme all’Associazione Nuova Civiltà delle Macchine: la quinta edizione del Convegno Nazionale sulla Comunicazione della Scienza.

È un vero e proprio luogo di scambio, informazione e aggiornamento sui risultati della ricerca in comunicazione della scienza in Italia. Sono invitati a partecipare – e ogni anno partecipano più numerosi – i ricercatori interessati a qualche aspetto della comunicazione della scienza.

Gli argomenti di interesse sono le percezioni pubbliche della scienza; la storia della comunicazione della scienza; la comunicazione istituzionale della scienza; la comunicazione interna della scienza; la comunicazione pubblica della scienza con particolare attenzione a: scienza e media; divulgazione della scienza; comunicazione del rischio; arte, letteratura e scienza; comunicazione della scienza tra non-esperti.

Il convegno di Forlì è tutti gli anni un luogo dove ascoltare, confrontarsi e incontrare persone e gruppi che normalmente fanno parte di mondi diversi. Dall’accademia alla sanità, dal giornalismo all’editoria, dai musei alla radio e alla televisione.

Il merito è di costruire pian piano (ma neanche troppo piano) una comunità che si riconosce e che riflette, studia e ricerca sulla comunicazione e più in genere sul rapporto tra scienza e società.

Note tecniche.

Luogo: Forlì

Data: 29 novembre – 1° dicembre 2007

Scadenza per la spedizione di abstract: 1° giugno 2007

mar 07 2007

Vero o falso?

Nel 2005 PLoS Medicine ha pubblicato un articolo di John Ioannidis dal titolo “Why most published research findings are false” che è stato scaricato 100.000 volte ed è diventato in breve tempo un successo.

Ora ne esce una rivisitazione: due articoli sempre su PLoS Medicine rilanciano il dibattito.

La tesi di fondo è che le ricerche pubblicate possono successivamente essere confutate sulla base di nuove evidenze che vengono scoperte. Nella scienza moderna, caratterizzata da un flusso molto ampio di nuove evidenze, questa confusione abbonda e il vecchio viene continuamente rimpiazzato dal nuovo. Leggere una ricerca pubblicata da qualche tempo può essere del tutto insicuro: le false scoperte rischiano di essere la maggioranza.

Oggi, Ramal Moonesinghe degli “US Centers for Disease Control and Prevention” dimostra, con due colleghi, che la verosimiglianza di una ricerca pubblicata aumenta nei casi in cui la scoperta viene replicata in molti altri studi. La replicazione, e non la sola replicabilità, è la pietra angolare dell’edificio scientifico e su di essa si fonda ogni possibile inferenza causale.

Nuovi ricercatori devono avanzare nuove ipotesi e testare quelle presenti sul campo. La prima è una strada battuta, la seconda richiede più lavoro metodologico e più capacità di interpretare l’evidenza di una ricerca. E l’interpretazione deve fare riferimento a tutte le versioni replicate della ricerca stessa.

Il secondo articolo, di Benjamin Djulbegovic (University of South Florida) e di Iztok Hozo (Indiana University Northwest) mette in luce il fatto che Ioannidis “non indica quando I risultati di una ricerca potenzialmente falsa possono essere considerati accettabili dalla collettività scientifica”.

La predisposizione a prendere una decisione sbagliata nell’accettare le ipotesi di ricerca dipende dalla resistenza o meno dei ricercatori ad accettare d’imbattersi in un risultato sbagliato.

“Ottenere un risultato assolutamente vero è impossibile e così la collettività deve implicitamente decidere quando un risultato meno che perfetto può diventare accettabile”.

Insomma, l’autorità di una singola pubblicazione vacilla e viene sostituita dalla sua collocazione in un flusso di altri risultati che la confermano o meno.

Non basta trovare buoni articoli ma bisogna anche conoscere il contesto in cui sono stati pubblicati e le ricerche successive che hanno generato.

feb 20 2007

Piombo nelle ali della ricerca

Mi sono sfogliato (online) la Relazione finale che il Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca ha presentato l’8 febbraio 2007 sul triennio 2001-2003.

I prodotti della ricerca che il Comitato ha considerato sono articoli, libri, brevetti, manufatti e opere d’arte, progetti, performance, mostre ed esposizioni, risultati di valorizzazione applicativa e via scendendo nelle spire del burocratese.

La relazione mi sembra un po’ ottimistica: nel corso del triennio i prodotti aumentano del 36% – un po’ tantino. Nella produzione la fanno da padroni medici, fisici e biologi. Seguiti da: filologi e letterati, ingegneri, storici e filosofi, chimici, giuristi, economisti, matematici e informatici ecc. ecc.

Udite udite: il 76% dei prodotti è in inglese, il 22 in italiano e poi ci sono presenze di altre lingue.

Ciò che mi lascia veramente perplesso è la valutazione del livello di giudizio: 30% di eccellenti e 46% di buoni mi sembrano veramente un po’ troppo. Cosa vuol dire essere eccellente? E buono? E perché le due voci inferiori sono accettabile e limitato? Non c’è nulla di scadente? Io riscalerei un po’ in basso…

Un dato che sembra interessante, anche se andrebbe anch’esso un po’ riscalato, è quello che ci dice che tra i prodotti presentati da più enti gli eccellenti sono il 52% e i buoni il 39%. Come dire che collaborando la ricerca migliora. È un po’ la scoperta dell’acqua calda, ma forse bisognerebbe spingere la ricerca italiana in questa direzione, smorzando un po’ degli anacronistici localismi che ci portiamo dietro.

Ma veniamo alla divisione dell’Italia in nord, centro e sud e alle ovvie dolenti note. Al nord ogni ricercatore ha bisogno di 0,85 amministrativi; al centro di 1 e al sud di 1,25. A e sembrano sempre troppi ma quelli meridionali sono una vera e propria esagerazione. Infatti: a cosa dovrebbero servire gli amministrativi? Tra le altre cose ad attrarre altre risorse, altre rispetto a quelle che lo stato comunque dà. E qui vediamo che le cose non vanno affatto bene. Al nord per attrarre 1 euro le strutture devono averne 0,9 dallo stato. Al centro ne servono 1,32 e al sud 1,21. Come dire che essere di più non significa lavorare meglio – almeno per gli amministrativi della ricerca italiana.

E non va meglio se guardiamo i dati assoluti. I finanziamenti per progetti di ricerca per ricercatore passano dai 17.000 euro al nord ai 16.000 al centro ai 13.00 al sud.

Allora: va bene predicare il mitico 3% del PIL per la ricerca e denunciare che l’Italia è sempre lontana. Però bisognerebbe cominciare anche a pensare come snellire le macchine amministrative, gli apparati burocratici, le segreterie varie che mettono piombo nelle ali della ricerca.

Tra l’altro, dalla relazione sembra che meno sono gli amministrativi più è facile attrarre risorse non statali la cui scarsità è proprio uno dei talloni d’Achille del nostro Paese.

feb 06 2007

Faremo le zanzare alla griglia

La malaria continua a essere uno dei grandi killer mondiali: un milione di morti l’anno, soprattutto in Africa e soprattutto bambini.

Ora i biologi hanno un nuovo alleato: i fisici e la loro griglia di calcolo. Questa comunità infatti si è dotata di una infrastruttura di calcolo potente, per l’appunto Grid. Si tratta di oltre 5.000 computer che vengono usati contemporaneamente, permettendo di processare in ogni istante oltre 2000 gigabyte di dati. È uno strumento essenziale per la ricerca in fisica delle particelle e in astronomia (Particle Physics and Astronomy Research Council, PPARC) che riesce a star dietro ai dati sfornati dall’acceleratore di particelle del Cern di Ginevra.

Grid sfrutta la potenza dovuta al solo fatto di stare in rete, di essere parte di un’unica comunità che condivide le proprie risorse senza bisogno di accumularle in punti, centri, enti, istituzioni. Ciascuno contribuisce con un po’ delle proprie risorse, spesso inutilizzate, e partecipa alla ricerca sulle astroparticelle.

Questo stesso spirito di collaborazione che anima Grid per i propri obiettivi, l’ha fatta aprire anche alla lotta contro la malaria. E ha permesso al progetto WISDOM di analizzare 80.000 composti potenzialmente antimalarici all’ora. Un ritmo che è stato tenuto per quattro mesi: da ottobre a gennaio Grid ha devoluto alla lotta contro la malaria oltre due milioni di ore computer.

L’analisi delle interrelazioni tra i composti farmaceutici e le proteine del parassita della malaria è stata favorita dalla velocità del processo di screening che abbatte di molto i costi di sviluppo di nuovi possibili farmaci contro la malattia.

Ci troviamo davanti a un potenziale strumento di ricerca, che offre la speranza di affrontare una malattia mortale che non è certo al centro delle strategie di mercato e di ricerca dell’industria farmaceutica.

Ma soprattutto ci troviamo davanti a un nuovo metodo di lavoro nella ricerca in biomedicina che potrà rinunciare, almeno in qualche caso, a mettere in piedi laboratori elefantiaci utilizzando risorse che comunque ci sono, e non vanno utilizzate, nel web. Infrastrutture come Grid permettono di immaginare ricerche anche senza dover prevedere enormi risorse di calcolo. E si potranno superare barriere tutte interne alla comunità scientifica, come questa volta è successo tra fisici e biologi.

Il primo passo è la condivisione di risorse informatiche, ma inevitabilmente domani cominceranno a essere messe in comune le idee, le visioni, gli obiettivi della ricerca, facendo comunicare metodi e intelligenze oggi distanti.

feb 02 2007

Cooperazione scientifica a Gerusalemme

Nasce alla Hebrew University di Gerusalemme il “Centro per la convergenza di scienze e tecnologie”, per iniziativa di Dan Gazit e in collaborazione con Yissum, la società per il trasferimento tecnologico dell’Università stessa.

Oggi il Centro si propone di aprire linee di ricerca che facciano dialogare le scienze umane con l’informatica, la biomedicina con la giurisprudenza, l’etica con gli studi sull’opinione pubblica. O meglio, come dice Gazit, coniando un acronimo: il centro sarà BINCA, cioè bio, info, nano, cogni e artistico.

Si candida quindi a essere luogo d’incontro di prospettive diverse che coinvolgono elementi scientifici, economici, etici, legali, sociali.

I primi tre progetti che il Centro finanzia sono:

  • lo sviluppo di nano-sensori per ricercare le cause patogene, attraverso la cooperazione di medicina, natotecnologia e business
  • lo studio delle origini preistoriche della lingua ebraica, attraverso la cooperazione di fisica chimica, archeologia, linguistica e informatica
  • la comprensione dell’altruismo nella società umana, attraverso la cooperazione di biomedicina, informatica, scienze cognitive e sociali.

Domani il Centro svilupperà programmi d’insegnamento per formare giovani ricercatori capaci di cooperare e lavorare in modo “convergente”.

Secondo Gazit questa via ha la possibilità di attrarre intelligenze e competenze molto diverse che colgono la potenzialità della cooperazione. Ma soprattutto può creare un contesto nel quale nascano settori scientifici nuovi e linee di ricerca inedite e molto fertili.

gen 30 2007

Meno donne, meno Europa

Il Direttorato generale per la ricerca della Comunità europea ha rilasciato il rapporto 2006 “Donne e scienza”.

Certo, c’è qualche miglioramento rispetto alla precedente edizione (2003), ma la presenza femminile nelle professioni scientifiche è ancora troppo scarsa, e continua a esserci una disparità crescente man mano che le carriere avanzano.

Uno degli elementi di preoccupazione è che settori strategici nella cosiddetta Ricerca&Sviluppo – statistica, ingegneria e tecnologie informatiche – mostrano situazioni ancora più negative dell’andamento generale. Con danni che proiettano ombre scure sugli anni a venire: nel futuro prossimo, strategie, politiche e orientamenti saranno ancora poco paritarie, privando di fatto l’Europa di un’ampia fetta di risorse e di intelligenze.

Si tratta di un fatto molto grave nella prospettiva di chi vuole creare l’economia basata sulla conoscenza più dinamica al mondo.

Nelle professioni scientifiche le donne sono solo il 29% e il loro tasso di crescita continua a essere minore di quello maschile: la conseguenza inevitabile è che la forbice si apre ancora e che il divario aumenterà.

Ma il vero ventre molle dell’Europa è il settore privato che sulla carta dovrebbe, da qui al 2010, contribuire finanziariamente ai due terzi della ricerca europea. E che vede tra le sue file un misero 18% di ricercatrici.

Le carriere accademiche continuano a dirci di un’università che dovrebbe puntare all’innovazione e invece sceglie la conservazione. E che ovunque vede un predominio delle studentesse sugli studenti e un’inversione inesorabile che diventa sempre più marcata con il procedere delle carriere: lo stesso problema della ricerca è quindi presente anche nell’alta formazione.

Se è vero, ed è vero, che c’è un piccolo miglioramento dal rapporto 2003 e che il “soffitto di cristallo” si è leggermente alzato, non si può certamente valutare quest’innalzamento con soddisfazione. Non è quasi neanche un segnale positivo. Al massimo è l’inevitabile conseguenza di una sempre maggiore pressione che questa situazione assurda esercita sul sistema.

Credo e temo che non vedremo una reale inversione di questa tendenza, che vorrebbe dire, per anni, far accedere a tutte le carriere scientifiche più donne che uomini.

E questo, oltre a rendere l’Europa più ingiusta, la renderà anche meno competitiva, innovativa e culturalmente dinamica.