Categoria: salute

feb 09 2009

Svegliati, Italia!


Silenzio per Eluana.

Ad alta voce per la democrazia.
“Svegliati, Italia!”.
gen 24 2009

La tortura di monsignor Fisichella

Ci sono Ong che in Africa lavorano sulla pianificazione familiare – problemino non da poco, vero?, con una serie di ricadute non proprio trascurabili: riduzione della mortalità infantile, miglioramento delle condizioni di salute e sociali delle donne, lotta all’Aids ecc. ecc.

Si dà il caso che queste Ong possano anche ammettere la possibilità dell’aborto – badate bene: ammettere la possibilità non vuol dire incentivare – accrescendo e di molto la libertà della donna di autodeterminare la propria vita.

Naturalmente nell’America dei Bush padre e figlio, ispirati da Reagan, vigeva un decreto che vietava ogni finanziamento a Ong che ammettano la possibilità dell’aborto.

Obama, tra i suoi primi atti, ha firmato l’abolizione di questo decreto, perché per ridurre il ricorso all’aborto non ha mai funzionato il divieto. E la prevenzione delle gravidanze non volute si ottiene dando alle donne il diritto di scegliere – fa un po’ specie essere ancora qui nel 2009 a ripetere queste ovvietà.

Prima ancora Obama aveva firmato un decreto per la chiusura di Guantanamo e per ribadire che l’America non tollererà ulteriormente la tortura – ne sono lieto, anche se fa un po’ specie essere ancora qui nel 2009 a dover sentire questi propositi.

Le due cose – contrarietà alla tortura e finanziamenti a chi ammette la possibilità dell’aborto – stridono alle orecchie di monsignor Rino Fisichella, presidente della Pontificia Accademia per la vita che dichiara: “se Obama proibisce la tortura, non dica no alla vita nascente”, che vuol dire: se Obama proibisce la tortura, allora deve vietare l’aborto.

Ora: io sono un matematico e una delle poche cose che so è che “se A allora B” è del tutto equivalente a “se non-B allora non-A“.

Quindi Fisichella dice che: se Obama non vieta l’aborto, allora non deve proibire la tortura.

Preferisco il mondo di Obama.

gen 14 2009

Gaza è anche una questione scientifica

Ricevo quest’articolo di Massimo Zucchetti uscito su Peacereporter e lo rilancio.

Non c’è motivo perché aggiunga alcun mio commento.
Davanti al massacro di una disgraziata popolazione civile di un milione e mezzo di abitanti rinchiusa in un lager a cielo aperto, quando il numero di vittime ha raggiunto (12 gennaio ore 17:00, ormai bisogna datare queste affermazioni) la cifra di 888 palestinesi, di cui 284 bambini, 100 donne e 4080 feriti, può risultare forse irrilevante disquisire su quali armi siano state usate da Israele per compiere una simile strage. Strage che poco ha a che vedere con Hamas: ci sono molte testimonianze, quale ad esempio quella di Mads Gilbert, un medico norvegese che lavora all’ospedale Al-Shifa a Gaza, che racconta a Sky News che il numero di civili feriti e uccisi a Gaza dimostra che Israele sta attaccando deliberatamente la popolazione. (vedi ad esempio http://www.tlaxcala.es/detail_artistes.asp?lg=es&reference=259). Solo un lieve moto di vergogna insorge leggendo l’irrilevante blog della rivista “Panorama”, che tacciano di malafede un medico eroe della pace come Gilbert. 
Comunque, a parte l’utilizzo di bombe all’uranio impoverito che pare non confermato, e di ordigni al fosforo sui quali c’è ancora discussione tecnica, è invece assodato l’utilizzo da parte dell’esercito israeliano di bombe DIME (Dense Inert Metal Esplosive). Si tratta di un tipo innovativo di bomba, con una testata di fibra di carbonio e resina epossidica integrata con acciaio, e che fa uso di una lega di tungsteno. Queste armi hanno un enorme potere esplosivo, ma il potere dell’esplosione si dissipa molto rapidamente e il raggio interessato non è molto lungo, forse dieci metri: le persone travolte da questa esplosione, dall’onda d’urto, vengono letteralmente tagliate a pezzi. E’ stata concepita proprio per uno scenario di guerriglia urbana perché consentirebbe – nella delirante logica militarista – di colpire obiettivi mirati.

Quest’arma non è una novità: è stata già usata in Libano e a Gaza nel 2006. Le ferite che si vedono oggi all’ospedale Shifa di Gaza rendono assodato che sia stato fatto largo uso di armi DIME da parte degli israeliani in questa guerra. Di DIME avevano già parlato ad esempio Masella e Torrealta di RaiNews24 nel 2006 ( http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=3469).

Invito i lettori, con i quali mi scuso per la crudezza delle immagini (che potrebbero impressionare per il loro contenuto), ad occhieggiare alcune delle foto allegate a questo articolo per capire quali effetti producano queste bombe DIME.

Vi è anche la questione, che in questo momento pare secondaria visto quanto succede, ma che va comunque citata, che a lungo termine queste armi avranno sui sopravvissuti un effetto cancerogeno. Inglobare schegge o respirare micropolveri di tungsteno, metallo pesante e notoriamente cancerogeno, non potrà che provocare nella popolazione sopravvissuta o che vive nei dintorni un aumento della frequenza di insorgenze tumorali. Su questo sono state fatte ancora relativamente poche ricerche, ma ce ne sono alcune, condotte anche negli Stati Uniti, che mostrano che queste armi hanno una tendenza molto alta a provocare il cancro. Così chi non resta ucciso sul colpo rischia di ammalarsi di tumore. Ma a chi importa, in questo drammatico momento?

Comunque, per quello che può valere il diritto internazionale dopo quanto sta succedendo, queste sono armi sperimentali di tipo chimico, vietate dalle Nazioni Unite. Di nuovo, Ma a chi importa, in questo momento? Direi che più importante sia però dire che tutto quanto sta succedendo a Gaza è contro il diritto internazionale, è contro l’umanità, è contro tutto ciò che significa essere persone dotate di senso morale.

Ma porrei ancora, da scienziato responsabile ed attivo contro la guerra, su un piano separato i soldati israeliani, che fanno in fondo un loro mestiere, sebbene orribile, da quanti hanno studiato e messo a punto queste armi: la ricerca è stata condotta dal US Air Force Research Laboratory in collaborazione con il Lawrence Livermore National Laboratory (LLNL) americano. Nel 2007, sono stati spesi oltre 40 milioni di dollari per lo sviluppo di queste bombe dal governo USA. Invito a vedere anche il sito militare (http://defense-update.com/products/d/dime.htm) e ad esprimere, con una posta all’ufficio stampa del LLNL la vostra eventuale disapprovazione. Educatamente, ve ne prego: non siamo né vogliamo essere come loro. (Ms. Lynda Seaver, LLNL Manager, Media & Communications, seaver1@llnl.gov).

set 24 2007

Si guarderà la vigna a cominciare dalle radici

È morto sabato 22 settembre a Lione Renzo Tomatis. Oncologo, prima di tutto. Aveva guidato sempre a Lione l’Agenzia internazionale per le ricerche sul cancro per oltre dieci anni e poi era stato direttore scientifico dell’ospedale infantile di Trieste Burlo Garofolo.

Sono stato molto contento quando nel maggio 2006, ha aderito con cortesia e semplicità all’invito di scrivere un racconto “attorno alla scienza”. E si è prestato alle riflessioni, agli scambi di mail, alle discussioni in corso d’opera che con Stefano Sandrelli e Robert Ghattas gli abbiamo “imposto”. Tanto più ricco di anni, esperienze, libri di noi tre messi assieme, ha accettato di buon grado di contribuire assieme agli altri, senza protagonismi.

E ha scritto un racconto La grande tela, ambientato nella “mia” Torino e doppiamente autobiografico. C’è l’inizio della sua carriera di giovane medico, e c’è il commiato nella figura di Mino che prima di morire trasforma la delusione in amicizia, in creatività.

E come il suo Mino, anche Renzo Tomatis si guarda ormai la vigna a cominciare dalle radici.

Ps: in punta di piedi, senza volerne approfittare (davvero!), vi dico che qui potete leggere La grande tela.

lug 15 2007

Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio

Massimo Carlotto è uno che capisce l’Italia. L’Italia di oggi ma soprattutto, forse, l’Italia che sta per arrivare, quella di domani, dopodomani al massimo. Studia, e si vede!, l’ambiente, i dettagli e le particolarità di ogni suo libro.

Quello che è uscito quest’anno (Mi fido di te, Einaudi), l’ha scritto assieme a Francesco Abate. E i due devono aver messo le mani ben a fondo nel marcio delle nostre mense.

Della storia ovviamente taccio. Del contesto, basti sapere che la sofisticazione alimentare – quella dei nostri alimenti di tutti i giorni – è l’attività del protagonista che si cela dietro un raffinato ristorante da gourmet.

Mi fido di te vale più di tanti saggi sulla comunicazione del rischio. È pura scienza applicata alla pancia. E di pancia sono tutte le paure sui cibi “cattivi” che Abate&Carlotto ci mettono in circolo.

I noir di Carlotto normalmente li divoro, questo va riassaggiato per assaporarne il retrogusto, per abbandonare la banalità della vicenda del simpatico Gigi Vianello e godersi sino in fondo il mondo della vendita di alimenti, più o meno all’ingrosso, più o meno adulterati, più o meno controllati, che noi tutti mangiamo.

Scienza-tecnica-tecnologie alimentari-cibo-pancia-io è una di quelle catene che consapevolmente o meno abbiamo tutti in testa. E in genere dove c’è scienza c’è sospetto. Ad esempio, vale la proporzione bio:buono=ogm:cattivo.

Abate&Carlotto scardinano questa proporzione e spargono il sospetto su tutte le nostre tavole. Il veleno non serve che lo spargano, quello c’è già e ce lo mettono quelli che ci vendono il cibo.

Conclusione: se siamo ciò che mangiamo, dopo aver letto (e soprattutto riletto) Mi fido di te, sappiamo di essere delle merdacce.

lug 07 2007

Il morbo dei genitori

In ospedale si muore d’ospedale. Ancora oggi.
Le infezioni contratte dai malati spesso sono più letali del male per il quale il malato è stato ricoverato. Presto saranno passati due secoli da quando Ignàc Semmelweis ha capito che i medici devono lavarsi le mani prima di visitare i pazienti. Oggi fa sorridere, è luogo comune, ma nella Vienna della prima metà del diciannovesimo secolo, Semmelweis ebbe i suoi detrattori e trovò ostacoli sul suo cammino.
Ma nonostante l’igiene dei medici sia diventata prassi, non è ancora così diffusa l’igiene tra tutte le persone che entrano in un ospedale. Il Journal of Clinical Nursing racconta di un progetto semplice: in un reparto di terapia intensive pediatrica sono state filmate le visite dei familiari dei bambini malati. “Va detto che mentre in un reparto ospedaliero normale i bambini che prendono qualche infezione sono circa il 10%, in uno di terapia intensiva sono tra il 20 e il 30%”, ricorda Li-Chi Chiang, la ricercatrice della China Medical University di Taiwan che ha condotto la ricerca. E infatti si è visto dai video che l’abitudine di lavarsi non era più che tanto diffusa tra i familiari in visita.
Dopo questa prima fase di ricerca, si è passati all’azione: nei due mesi successivi ai familiari dei bambini, sono stati mostrati video con genitori che si lavavano le mani e poster a tema. Risultato: un crollo delle infezioni.
Quella che era stata una ricerca per indagare le abitudini dei parenti è diventato uno strumento attivo di lotta alle infezioni.
Ora l’auspicio dei ricercatori è che in tutti i reparti vengano mostrati video e poster con genitori che si lavano le mani.
È assurdo infatti che un momento di vicinanza, affetto e amore quale una visita ospedaliera si trasformi in occasione di pericolo e di malattia.

giu 15 2007

Bimbi, scienza e biblioteche

Candele che si spengono, palloncini che fanno a gara e altre meraviglie scientifiche. Questo si sono trovati davanti i “Bimbi in Biblioteca”.

Due pediatre, Maria Francesca Vardeu e Elisabetta Anedda, qualche ricercatore del CRS4, personale della Biblioteca di Sardegna Ricerche, uno studente del Liceo Scientifico Michelangelo, coordinati da Sandra Ennas, hanno lavorato con oltre 40 bimbi nella biblioteca del Parco Tecnologico a Cagliari.

L’idea è stata lanciata dalle due pediatre che hanno voluto coinvolgere i pazienti in attività che li avvicinassero attivamente alla scienza, attraverso giochi ed esperimenti, con acqua e aria, luce ed energia. È stato un esempio di animazione scientifica nata da figure esperte, ma che i bambini non identificano con la scuola, con l’apprendimento, con le interrogazioni. Un esperimento informale che ha permesso di fare scienza in un contesto coinvolgente – una biblioteca – con persone inaspettate e diverse dal solito.

È interessante che dall’ambulatorio si sia passati alla biblioteca e che il primo sia diventato strumento di coinvolgimento per portare i bimbi all’interno della seconda, e lì incontrare gli animatori.

L’esperimento e il divertimento sono stati l’occasione per osservare, sperimentare e in definitiva capire. Due sono state le dimensioni importanti: il gioco e il gruppo.

Per dirla con le parole di Francesca Vardeu, una delle due pediatre: “Il mondo dei bambini ha infinite varianti. In questi mesi li ho visti aggirarsi tra i libri, rispondere interessati alle domande dei bravi e pazienti animatori, partecipare agli esperimenti o avvicinarsi timidamente incuriositi. Ho ascoltato i loro commenti, letto le loro domande sui difficili temi scientifici, osservato l’acutezza dei loro disegni nei quali ci siamo riconosciuti, il loro interessato divertimento e la particolare energia che esprimono collettivamente nel gioco”.

Insomma, un piccolo gioiello che mostra come le sedi inattese e informali possano diventare luoghi di apprendimento e comprensione. Con un ruolo simile a quello di scuole e musei. E un valore aggiunto: senza parlare di salute, ne hanno parlato. Perché l’attenzione al proprio corpo passa innanzitutto per un approccio razionale ai fenomeni, per una comprensione delle cose.

Sabato 16 giugno alle 10, nella sala verde della Cittadella dei Musei di Cagliari, vengono presentati i risultati del progetto.

giu 02 2007

Chi decide per la medicina?

Negli Stati Uniti, come da noi del resto, le questioni legate alla salute sono sempre più sotto gli occhi dell’opinion pubblica, e questo dovrebbe far concludere che i medici di base si sentano sempre più coinvolti nel partecipare alla vita politica.

Invece uno studio presentato alla conferenza annuale della Society for Academic Emergency Medicine (SAEM) Annual Meeting, mostra come la loro partecipazione ai processi politici sia calata nel corso degli anni.

Jennifer Lee e Melissa McCarthy della Johns Hopkins Medical School hanno analizzato l’affluenza alle urne e quindi la partecipazione al voto basandosi sui dati degli exit-poll del Census Bureau degli Stati Uniti. Ebbene, in confronto ad altre categorie professionali i medici di base votano molto meno (uno su quattro non lo fa). Sono nettamente inferiori a avvocati, insegnanti e agricoltori e leggermente inferiori a segretarie, autisti, operai, ingegneri, infermiere. Eppure le questioni legate proprio alla loro professione sono spesso centrali nelle campagne elettorali.

La scarsa partecipazione la voto priva gli Stati Uniti di un’importante partecipazione alle decisioni politiche in materia di salute. È notevole che proprio gli “esperti” facciano un passo indietro nella partecipazione politica. Di conseguenza, cresce il peso dei non esperti su decisioni che riguardano tutti ma che richiedono una certa dose di consapevolezza.

Da un lato è significativo che proprio chi è più professionalmente coinvolto non esprima molta fiducia negli strumenti politici. Dall’altro che la società – con tutta la sua varietà di attori, gruppi e figure professionali – ponga al centro dell’agenda politica temi sui quali gli addetti ai lavori fanno un passo indietro. Serve pertanto che i cittadini si dotino degli strumenti per dialogare tra loro e con gli esperti su questioni articolate e delicate.

feb 15 2007

Hope not hype exhibition

Il titolo è intraducibile e gioca sull’assonanza tra speranza (hope) e lancio pubblicitario (hype) di massa, invasivo e pervasivo.

Il tema è lo studio delle cellule staminali.

L’oggetto è una mostra.

La location è il Sensation Science Centre a Dundee.

Il proponente è il Consiglio di ricerca in biotecnolgie e scienze biologiche (BBSRC), assieme al Consiglio di ricerca medica (MRC).

Il periodo è febbraio 2007.

Lo spirito è quello che va, o dovrebbe andare, per la maggiore: il dialogo scienza società.

Il rettore dell’Università di Dundee, Lord Naren Patel è anche chairman del network nazionale sulle cellule staminali e quindi coordina le attività nel settore. Ed è interessante che interpreti il suo ruolo non solo come orientato a fare della buona ricerca sulle cellule staminali ma anche a realizzare momenti di dialogo e confronto sul tema. E quindi la mostra.
Julia Goodfellow, che presiede il BBSRC, ha detto: “Lo studio delle staminali è una delle ricerche più promettenti in biomedicine. Genera grandi speranze per malattie oggi incurabili. È responsabilità dei ricercatori avvicinare queste aspettative e queste speranze alla realtà scientifica”. Come dire che bisogna conseguire i risultati che verranno ma anche dare lezione di realismo e non coltivare illusioni.

Così, la mostra si occupa della ricerca ma anche delle questioni sociali e etiche che accomunano la comunità scientifica ai pubblici coinvolti.

Uno spettro si aggira per l’Europa: il dialogo nella società sulla scienza.

feb 12 2007

La festa degli innamorati consapevoli

San Valentino è la festa, un po’ commerciale a mio parere, dell’amore, delle promesse e della passione. Tutto fa prevedere che in quei giorni ci sia un’esplosione di effusioni con tutto il corollario di comportamenti a rischio, malattie sessualmente trasmissibili e gravidanze indesiderate, soprattutto tra i teenager.

In quest’occasione, il Centro per la salute e gli stili di vita dell’Università di Coventry ha vinto un premio della British Accademy per uno studio da fare sulle pratiche di educazione sessuale e per cercare di capire il gap tra intenzioni e comportamenti nell’uso di contraccettivi tra i giovani dai 13 ai 18 anni.

Mentre l’85% degli adolescenti vuole usare un contraccettivo, alla prova dei fatti solo il 53% vi ricorre.

Pertanto, hanno ragionato all’Università di Coventry, non è tanto l’informazione a mancare, quanto una forte motivazione a non abbandonare le proprie buone intenzioni che vanno tradotte in fatti.

È necessario incrementare la cultura del “se… allora…” (se mi trovo in questa situazione, allora mi voglio comportare così) che in altri casi di prevenzione ha modificato comportamenti e dato ottimi risultati: uno dei casi di successo è l’auto esame del seno.

Il “se… allora…” è efficace proprio quando c’è da far prevalere un’intenzione positiva sulla propria salute, in competizione con altre intenzioni meno forti ma più facili da assecondare.

L’efficacia del “se… allora…” è data dalla possibilità di istillare delle prassi che diventano automatiche e quindi più seguite. Il che è per l’appunto agire sul piano dei comportamenti.

La sola informazione non è sufficiente, bisogna invece che siano proposte pratiche che permettano ai giovanissimi di rimanere fedeli alle proprie intenzioni.

E queste, secondo l’Università di Coventry, dipendono dalla possibilità di comunicare un minimo di consapevolezza del fatto che “se non si usano gli anticoncezionali, allora…”.