Ero stato in dipartimento tutto il giorno. Dovevo consegnare la tesi di laurea su “Invarianti integrali e misura” che avrei poi discusso l’8 luglio. Internet a quei tempi non era ancora così diffusa (ovviamente!) e le notizie viaggiavano ancora lente. Salivo dalla stazione dei treni verso casa, quando da una finestra aperta l’edizione speciale di un giornale radio annunciò la strage di Capaci.
Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani erano stati fatti saltare in aria con un bel tratto d’autostrada poco fuori Palermo, a Capaci per l’appunto.
In quegli anni, gli italiani, o almeno una bella fetta di italiani, sognavano una nuova stagione di giustizia: meno mafia, meno corruzione e meno tangenti. Non si voleva altro. Sappiamo tutti come è andata a finire. La primavera di Palermo e tangentopoli sono un ricordo se non addirittura un pezzo di storia. E la corruzione in questi quindici anni è diventata sempre più parte del sistema e della nostra vita. Sono peggiorati i costumi di tutti, in una certa misura anche degli onesti.
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Un ricordo della strage di Capaci su questo blog non è solo un dovuto omaggio a cinque persone che hanno dato la vita per tante cose che dovrebbero essere scontate e che non lo sono. È anche l’occasione per citare chi nei tribunali e nella giustizia fa uno sforzo di modernità e cerca di introdurre nuove visioni e nuovi strumenti in decisioni e sentenze che chiamano sempre più in causa la scienza e le sue interpretazioni.
Sugli esperti e sui periti, ha lavorato Licia Gambarelli che li ha intervistati e ascoltati, chiedendosi chi parla di scienza nei procedimenti giudiziari? A chi si rivolge? Quale informazione viene proposta e come viene comunicata alla corte e al pubblico? Tutti abbiamo in mente casi tragici come quello di Cogne, ma l’opinione pubblica non è sempre cosciente delle implicazioni tecnico-scientifiche che stanno dietro a una decisione o a una non-decisione.
Chi invece è ben cosciente di molte implicazioni è, ad esempio, Carlo Bui, Direttore dell’Unità per l’Analisi del Crimine Violento della Polizia Scientifica che ne ha parlato a “Matematica e cultura” nel marzo scorso. L’indagine scientifica è stata informata per troppo tempo dalla psicologia che è diventata una chiave di lettura privilegiata del criminale e delle sue azioni. Ora è necessario dare un ruolo anche ad altri strumenti scientifici, ad esempio arrivando a interpretazioni e letture statistiche di serie di crimini.
Insomma, la riflessione e l’innovazione anche dei metodi sono ben presenti nelle indagini e nelle sentenze. Ora serve che anche la società italiana torni a essere convinta che la giustizia è una priorità, che bisogna investirci risorse sufficienti, e soprattutto che bisogna lavorare sul piano dei costumi di noi tutti.