Categoria: università

giu 01 2008

L’ingegnere dal volto umano

L’ingegnere, si sa, tende a essere visto come un po’ disumano, distaccato dalle cose di tutti noi, freddo e calcolatore. Credo che in gran parte si veda così da sé: tutto equazioni ellittiche e poco immerso nella storia. Mentre l’ingegneria, come tutta la tecnica, è parte della storia. Le viti e i bulloni sono impastati nella carne e nel sangue. Quindi va fatto il punto su Un contesto di relazioni – 10 anni di scienze umane al Politecnico, come titola il convegno che si terrà sabato 6 giugno nel Salone d’onore del Castello del Valentino (9.30-12.30) a Torino. Quale posto più storico e umano, soprattutto nell’immaginario torinese, per fare il punto sulla cultura politecnica?

Ne parleranno fisici, sociologi e ingegneri e sarà un’occasione per aprire ai più giovani il discorso delle “scienze umane” che da oltre dieci anni il Politecnico di Torino cura e persegue.

È interessante che la tecnica, veicolo nel tempo della scienza e della conoscenza che questa produce, trovi il modo di dialogare con la società in una dimensione storica. L’alternativa è che nel farsi interfaccia che rende fruibile la conoscenza scientifica, la tecnica sia anche una cortina fumogena che veste la scienza degli abiti della magia. E alla lunga questo è un problema per la scienza, la tecnica, l’ingegneria e la società. A uscirne vincitrice è solo la visione magica del mondo.

feb 09 2008

Ebrei, professori e Israele

Son tempi cupi di cambiamento e di reazione. Quindi tornano i fantasmi, com’è naturale che sia. Ed ecco la black list di 162 professori ebrei che fanno lobby a favore dei sionisti.
Reazioni? La comunità ebraica e la procura.
Non mi sembra sufficiente: una lista del genere non è questione di codice penale (ovviamente se ci sono aspetti penali, che tutte le procure del caso intervengano: ovviamente!) ma di convivenza civile. Non è neanche questione di ebrei con annessi meccanismi della memoria e incubi dell’olocausto. Si tratta semplicemente del fatto che le black list – di ebrei, omosessuali, negri, comunisti, fascisti, mussulmani, zingari, rumeni, nudisti o quant’altro – non si fanno. È contro l’idea stessa di mettere al bando una parte della società che serve una nostra reazione. E che sia una reazione di tutti, non solo di chi deve far rispettare la legge, o di chi ha provato sulla propria pelle le persecuzioni.
A me dispiace che nell’affaticata e sonnacchiosa università italiana non ci sia stato un affannarsi di professori e intellettuali a chiedere di essere segnati nella lista; o a esprimere altra concreta solidarietà a chi nella lista ci è stato messo a forza.
A scanso di equivoci, chiedo di essere inserito anch’io nella lista – perché tutti i democratici dovrebbero sentire l’esigenza di stare assieme a quei 162.

S’ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo.

E così, manzonianamente, a Torino Rifondazione Comunista (con il dissenso di Fausto Bertinotti, va detto) lancia un boicottaggio del salone del libro perché Israele è quest’anno il paese ospite. A fianco dei boicottanti sta anche il professor Gianni Vattimo.
Con un eufemismo, non ho simpatie per la politica estera (leggasi questione palestinese. Leggasi in sostanza: massacro di civili e bambini) dei governi dello Stato d’Israele. Ma:

  1. dissento dall’identificare un paese con il suo governo ovvero col suo leader: l’America non è Bush, la Russia non è Putin e l’Italia, quando le capita, non è Berlusconi
  2. in una situazione di conflitto – quale è quella tra Israele e Palestina – dialogare con le parti è necessario e opportuno. L’alternativa è la distruzione
  3. la cultura è un antidoto alla guerra. Parlare, dialogare e confrontarsi con chi fa libri in Israele è un sostegno concreto ed è prendere parte contro la guerra

Quindi quest’anno sarò felice, più del solito, di essere al Salone del libro che avrà come paese ospite Israele.

gen 15 2008

La sapienza di Benedetto XVI

Nulla più che un’opinione personale sull’inaugurazione dell’anno accademico all’università La Sapienza.
Il fatto: l’università invita il papa a prendervi parte.
La conseguenza (imprevista? imprevedibile?): una parte significativa del mondo scientifico insorge in nome delle posizioni della Chiesa in tema di scienza.

La Sapienza è la principale università di questo paese e in quanto tale è il maggior centro di alta formazione e di ricerca (sulla qualità dell’una e dell’altra si può ragionare ma altrove). Questo ruolo non è proprietà dei suoi organismi nè dei suoi professori e neppure del suo rettore. Si tratta di una risorsa pubblica di tutti noi.

Alla Sapienza si fa conoscenza e i professori e gli istituti autorevoli sono autorità in materia di conoscenza.

Il papa, a sua volta, è un’autorità in materia di fede, per chi crede e in particolare per chi crede da cristiano e ancora meglio per chi da cristiano si professa cattolico. Naturalmente, quando parla il papa, e con lui la Chiesa tutta, può anche parlare in termini di conoscenza ma il suo magistero è inerente la fede. Sulla conoscenza, non credo che abbia un’autorità da spendere – fatta salva quella millenaria fondata sull’esperienza come istituzione che ha prodotto conoscenza, ma si tratta di un accidente storico, non di una caratteristica costitutiva e intrinseca della Chiesa. E non credo che Benedetto XVI voglia farsi voce di quest’esperienza ma piuttosto delle diffusione e del consolidamento della fede.

Con queste premesse, la mia opinione è che, a fronte di un invito che La Sapienza ha rivolto a Benedetto XVI, sarebbe scorretto e scortese non accoglierlo all’inaugurazione.
D’altra parte però, l’inaugurazione di un anno accademico è il momento più solenne di riconoscimento dell’autorità in materia di conoscenza da parte di un’università, nello specifico della maggiore università italiana.
Pertanto, sarebbe bizzarro e poco opportuno che una figura – per alcuni autorevolissima in materia di fede, ma per la nostra collettività non autorevole in materia di conoscenza – parlasse in questa sede.
Ritengo invece significativo che il papa ascolti ciò che le autorità della conoscenza hanno da dire.

E quindi sono dell’opinione che il papa vada, che sia ben accolto, ma che taccia e ascolti ciò che le autorità della conoscenza hanno da dire. Anche alla fede.

PS: una nota di democrazia sulla libertà di parola. Mi sembra incredibile che ci sia chi dice “assurdo contestarlo”. Chiunque contesta chi vuole, basta non ledere i diritti della persona contestata nè di alcun altro. La libertà di parola e di opinione garantiscono la possibilità stessa della contestazione. E senza queste libertà nè la scienza nè la fede hanno alcuna speranza di prosperare.

PPS: tutto questo bailamme oscura il fatto che il tema dell’inaugurazione è “Pena senza morte”.

ott 24 2007

Verso un’era dell’open access in Europa

Il 18 ottobre a Liegi è stata messa la prima pietra di un movimento europeo per l’Open Access: l’EurOpenScholar.

Il perché è presto detto: dal 1993 l’indice globale dei prezzi è cresciuto del 30%. Quello delle riviste scientifiche di oltre il 275%. E presto sarà impossibile per un’istituzione finanziata normalmente, accedere alla letteratura necessaria a una buona ricerca.

Nonostante la Dichiarazione di Berlino del 2003, poche università europee perseguono realmente una politica dell’open access. Urge un’accelerazione.

EurOpenScholar informerà le università europee sulle potenzialità dell’open per la ricerca; e cercherà di costruire dei repository istituzionali dove condividere e rendere accessibili le pubblicazioni.

L’obiettivo finale è di convincere I ricercatori, le università e le istituzioni a fare scelte coerenti con l’adozione di una politica open.

I fondatori sono : le università di Liegi, Trieste, Roma2 e Roma 3, Vicenza, Porto, Salford, Lancaster, Rotterdam (Erasmus), Torino, Antwerp, Ghent e Southampton; il politecnico della Catalogna a Barcellona; il Paul Ehrlich Institute; l’Instituto Superiore di Sanita; il consorzio Caspur, i Rutherford Appleton Laboratory; e un rappresentante della Commissione Europea.

set 06 2007

Ma chi cura i test di medicina?

Dev’essere giorno d’università oggi: dopo il post su Marco Cattaneo e le Scienze della qualunque, non potevo non essere attratto dalla notizia che nel test d’ingresso a Medicina due domande (perché dobbiamo chiamarli per forza quesiti?) su 80 sono sbagliati.
Ovviamente scoppiano le polemiche e c’è chi si interroga sulla validità del test: chi risarcisce i candidati che hanno speso decine di minuti a ragionare su due domande, la prima con due risposte valide, la seconda senza neanche una risposta giusta?
Temo che la soluzione del ministero sia stata salomonica: le due domande incriminate non si considerano e la graduatoria si fa sulle 78 sopravvissute. Non credo proprio che l’ipotesi di rifare il test avrebbe soddisfatto tutti…
Altrettanto ovviamente sono curioso e la mia curiosità non poteva che crescere scoprendo che le due domande incriminate erano relativamente vicine: la numero 71 e la 79. Così sono andato a guardarmi il PDF e mi è subito saltato all’occhio che entrambe le domande fanno parte delle 13 che costituiscono il “Test di Fisica e Matematica”, ultima parte della prova.
Ebbene, se 2 errori su 80 domande mi sembravano già una cifra notevole (2,5%), 2 su 13 (15%) è un vero sproposito. Direi un pessimo indicatore, se non una tragedia nazionale. E allora vorrei che un po’ di attenzione dei media e delle associazioni degli studenti andasse anche al fatto che chi ha formulato le 13 domande di fisica e matematica ne ha sbagliate 2! Forse, la Società Italiana di Fisica e l’Unione Matematica Italiana – pur non centrando niente e non avendo responsabilità dirette – si scusassero a nome della categoria.

PS: ho poi guardato il testo della prova sino in fondo e mi ha colpito l’ultima frase “Tutte le domande ad eccezione della numero 71 e della numero 79 hanno come risposta esatta quella indicata alla lettera A)”. Voglio sperare che le risposte siano state riordinate per rendere pubbliche le risposte e facilitare l’analisi. Perché se l’Università italiana dà ai suoi candidati un test con ottanta domande per le quali la risposta giusta è sempre la “A)” i casi sono due: o c’è molta malafede e i test sono una farsa o c’è molta superficialità e si crede che “tanto gli studenti non se ne accorgono”.

set 06 2007

Questa non è una scienza

Nomina sunt consequentia rerum, come diceva quel tale.
Ma purtroppo non è sempre vero. Vale piuttosto il vecchio “l’abito non fa il monaco”. E così, mi piace il gioco di Marco Cattaneo che è un gioco molto serio basato su un ragionamento con più di un fondamento.
In sintesi:

  1. la pubblicità spesso si appoggia sulla scienza (io ne ho parlato qui ma Pitrelli, Manzoli e Montolli l’hanno studiato molto più seriamente altrove). Come dire “nani sulle spalle dei giganti”
  2. questo, dice con ragione Cattaneo, in un Paese dove della scienza interessa molto poco
  3. però, il nostro Paese compensa il disinteresse con una vera passione per chi decide di chiamarsi “scienza”: e la classe accademica cavalca l’onda con fantasia e denominazione.

Così ci troviamo circondati da un mare di Scienze della qualunque che Marco Cattaneo propone di rinominare. La proposta – il gioco – mi ricorda le Riscritture del Mestiere di scrivere e mi diverte.

Insomma il punto è sostituire “Scienze e Tecnologie della Moda” con “Competenze per la moda”, “Moda, costumi e società”, “Moda e cultura” oppure una delle mille altre varianti che possono venire in mente.

Giusto per semplificarvi la vita, vi ripropongo quaggiù la lista di Scienze della qualunque cui fa riferimento Cattaneo. Buon divertimento:

Scienze e Tecniche dell’Industria Culturale (enigmatico);
Scienze dell’Educazione e della Formazione;
Scienze della Formazione Primaria (sempre più misterioso);
Scienze e Tecnologie della Moda (?);
Scienze della Sicurezza Economico-Finanziaria;
Scienze dei Consumi Alimentari e della Ristorazione;
Scienze di Internet (e qui siamo nel surrealismo puro);
Scienze Internazionali e Diplomatiche;
Scienze dell’Organizzazione;
Scienze del Comportamento e delle Relazioni Sociali;
Scienze della Comunicazione Plurilingue (???);
Scienza dell’Economia e della Gestione Aziendale (dico, ma non bastava “Economia e gestione aziendale”, no?);
Scienza dell’Amministrazione;
Scienze Sociali per Lo Sviluppo;
Scienze Geo-Topo-Cartografiche, Territoriali, Estimative ed Edilizie (giuro che, non l’ho inventato);
Scienze del Servizio Sociale;
Scienze Turistiche;
Scienze per la Comunicazione Internazionale;
Scienze del Governo e dell’Amministrazione (davvero?);
Scienze Sociologiche (già, sociologia non bastava…);
Scienze della Mediazione Linguistica (?);
Scienze delle Professioni Educative (criptico);
Scienze Gastronomiche;
Scienze della Comunicazione Multimediale;
Scienze Agrarie per la Sicurezza Alimentare e Ambientale nei Tropici (lo segnalo per la peculiarità dei Tropici; perché solo nei Tropici? Perché non anche nei paesi temperati? È una laurea che torna utile con il riscaldamento globale?);
Scienze Faunistiche;
Scienze Vivaistiche, Ambiente e Gestione del Verde;
Scienze dei Servizi Giuridici;
Scienze dell’Infanzia;
Scienze delle Produzioni e del Marketing Agroalimentare;
Scienze della Formazione Continua (quando forse basterebbe una formazione tout court…);
Scienze della Mediazione Interlinguistica e Interculturale;
Scienze dei Beni Musicali e dello Spettacolo;
Scienze dei Beni Archivistici, Librari e Mobili-Artistici;
Scienze Sociali per la Cooperazione, Lo Sviluppo e la Pace;
Scienze della Enogastronomia Mediterranea e Salute;
Scienze dell’Informazione: Editoria e Giornalismo;
Scienze Umanistiche per la Comunicazione;
Scienze Internazionali e Istituzioni Europee;
Scienze e Tecnologie Orafe;
Scienze per Operatori dei Servizi Giuridici;
Scienze dell’Organizzazione.

PS: va detto che anche chiamare “Scienze matematiche” la “Matematica” o “Scienze fisiche” la “Fisica”, pur con tutte le sue buone ragioni storiche ed epistemologiche, non è il massimo.

mag 09 2007

L’Università del 2010

Gli inglesi si sa hanno uno spirito nazionale ben più sviluppato di noi italiani. Forse anche per questo si avvicinano alle cose europee con cautela e difendendo strenuamente i loro simboli e le loro istituzioni. Ci sono situazioni in cui non sbagliano.

Nel 1999 a Bologna è stato lanciato il cosiddetto Processo di Bologna che deve culminare nel 2010 con l’armonizzazione di tutti i corsi di laurea in Europa. Ci sarà chi vedrà valorizzato il proprio e chi lo vedrà declassato. Gli inglesi hanno timori e pianificano contromosse.

Temono che i corsi quadriennali siano visti come corsi di serie B e quindi perdano valore come tappa della formazione di studenti che vogliono diventare ricercatori e scienziati. Così l’Institue of Physics prende le distanze dalla raccomandazioni elaborate dal ministero londinese e invoca un ruolo di leadership per la comunità scientifica che deve esprimersi sull’alta formazione.

Il direttore del settore “education and science”, Peter Main,afferma: “Puntiamo le nostre speranze sulla possibilità che la comunità scientifica spinga il governo all’azione. Il rapporto per ora è manchevole e ignora il problema principale: la riorganizzazione della struttura dei corsi di laurea che in Europa ha avuto quasi ovunque luogo mentre in Inghilterra è in ritardo. È un pericolo e alcuni corsi possono venir considerati di serie B dal resto dell’Europa”. Dall’Inghilterra, il conseguimento dello standard 3+2+3 sembra un passaggio obbligato per offrire un percorso di alta formazione ai futuri ricercatori e scienziati.

A me tutto questo sembra anni luce dalle preoccupazioni di chi vive e governa l’Università in Italia. È vero che da noi il 3+2+3 c’è, ma non sarebbe il caso che anche da noi iniziasse una discussione su come difendere sostanzialmente ciò che va difeso? Ovviamente la condizione è riconoscere che non tutti i corsi meritano la promozione e che alcuni devono stare in serie B o meglio essere chiusi. Offrire alta formazione ai giovani non vuol dire aprire università a “un’ora di macchina” dalla casa di ciascuno. E neppure sbizzarrirsi in corsi di laurea che, lo sappiamo tutti già a priori, non produrranno mai dei lavoratori seri e preparati.

L’Europa, ma prima ancora i suoi giovani, ha bisogno che l’alta formazione sia veramente tale, senza trucchi né offerte compiacenti.

mar 18 2007

Ricercatori fuori dall’università

Ma la scienza si fa veramente nelle Università? Dove si crea la nuova conoscenza? Che ruolo hanno i ricercatori non-universitari?

Sono le domande che si sono posti a Belfast con il Festival delle Scienze Sociali, organizzato dall’Economic and Social Research Council presso la Queen’s University.

Pensiamo agli storici che si occupano di storia locale e famigliare, ai biografi, agli archeologi, agli astronomi amatoriali, ai naturalisti sul campo, ai giornalisti scientifici e a molti altri. Tutti sono fuori dalle università ma sono in grado di dialogare con gruppi di ricerca e di raggiungere risultati realmente scientifici.

David Livingstone, geografo e uno degli organizzatori del Festival, sottolinea come quelle delle università quali fonte unica della conoscenza sia un mito infondato: “La conoscenza è sempre stata prodotta in molti contesti diversi dalle università, in ogni epoca. Nella nostra, che si caratterizza per un peso crescente della specializzazione, è ancora più importante che ci sia un dialogo onesto e vero tra chi sta dentro e chi sta fuori dalle università. Il rischio? È che le università stesse siano tagliate fuori dai processi economici basati sulla conoscenza”.

In ballo è il ruolo delle università, forse la loro stessa esistenza. Se non sapranno riconoscere il contributo essenziale di studiosi indipendenti e se non li sapranno accogliere come membri di pari diritto della comunità scientifica, saranno presto una sede superata e rischieranno, loro, di essere tagliate fuori dal dibattito scientifico.

Non basta più che le università facciano alta formazione e ricerca, ora devono anche fare comunicazione, con la società tutta, e in particolare con gli studiosi indipendenti.
Chi sta fuori infatti ha spesso una maggior agilità e versatilità che gli permette di produrre conoscenza altrettanto buona e contemporaneamente di metterla in circolo nel mercato della conoscenza.

In questa cornice, le università rischiano la fine dei dinosauri, sempre che, come a Belfast, non colgano l’importanza di mettersi in gioco e confrontarsi con chi si muove liberamente nel mondo esterno.

mar 03 2007

Il valore economico di una laurea

Laurearsi conviene. Non parliamo di cultura, di formazione, di qualità della vita ma solo di soldi, di euro o meglio di sterline.

L’organismo inglese Universities UK ha redatto un rapporto che mostra il puro valore economico di una laurea.

Stipendi superiori del 20-25%.

Maggiori opportunità di guadagno purtroppo premiano i maschi – e meno le femmine. Ma per fortuna quelli che vengono da gruppi socio-economici deboli o da famiglie che hanno basse entrate.

La collettività investe per produrre un laureato. Ebbene questo è un buon investimento, stimato in un 12-13%.

E ancora: i benefici economici dei laureati aumentano man mano che questi avanzano in età e carriera. La forbice nei confronti dei non laureati si apre sempre di più.

I laureati trovano lavoro più facilmente e quando licenziati lo ri-trovano meglio di chi è licenziato senza laurea.

E tutto questo succede pur in presenza di un innalzamento generale dei livelli di formazione e di un aumento del numero di laureati.

Come dire che nonostante una maggior concorrenza, laurearsi è sempre un buon investimento individuale.

Tra parentesi: il rapporto presenta anche altri benefici non economici, sulla salute, la riduzione del crimine, la coesione sociale e così via.

Insomma, nella società della conoscenza, la laurea conviene. Almeno nel Regno Unito.

Sarebbe interessante capire che beneficio c’è in Italia…

gen 15 2007

Una rete tra scienza e società

Molta scienza e poca società alla riunione di costituzione del network “Scienza e Società” nato a Bologna venerdì 12 gennaio.

Accademici, giornalisti, scrittori, storici, filosofi, ricercatori, più o meno giovani, più o meno precari, si sono incontrati ospiti del Comune di Bologna per un primo passo che concretizzi un percorso iniziato un anno e mezzo fa a Trieste. Le anime: Pietro Greco, giornalista e direttore del Master in comunicazione della scienza della Sissa nonché della rivista internazionale JCOM, e Angelo Guerraggio, matematico e direttore del centro PRISTEM e della sua rivista Lettera matematica.

La rete c’è già. È presente nei fatti e nelle cose. I suoi nodi sono i festival, le scuole, i master di giornalismo e di comunicazione della scienza, i gruppi di studio e di ricerca, le mostre e i musei. Ma ne fanno parte anche giornalisti della carta stampata, trasmissioni radiofoniche, agenzie e tanti free-lance, per i quali il dialogo tra scienza e società, e la partecipazione della seconda alle decisioni della prima sono il pane quotidiano. Insomma un mondo variegato e con molte potenzialità che non richiede che d’incontrarsi per contribuire a un nuovo ruolo propulsore della scienza nell’Europa del futuro, quella che deve concretizzare Lisbona, per intenderci.

Il successo dipende da quanto tutti assieme si riuscirà a mantenere il progetto della rete su un piano culturale, di riflessione e di crescita, improntato allo scambio, al dialogo e al confronto; con un modello aperto, a rete per l’appunto, che condivide idee, ideali e progetti e che non s’ingessa in associazioni, organismi e microgestioni di potere, in un’accezione politica, tutta italiana e spesso deleteria.

Il rischio è che una parte della comunità, quella più riconoscibile e istituzionalizzata (semplificando: quella più accademica), voglia gestire il processo facendone cosa sua e trasformandolo in un vertice, un centro. Le reti non hanno vertici né centri: solo nodi; non sono caratterizzate da un prima e un dopo: gli eventi avvengono contemporaneamente; non c’è un alto che promana e un basso che raccoglie: semplicemente c’è un unico livello che interagisce e si scambia informazioni, opinioni, esperienze.

L’opportunità è che si riconoscano e acquisiscano un ruolo tutte quelle persone che fanno del rapporto, paritetico per quanto asimmetrico, tra scienza e società un momento importante del proprio mestiere. E che quasi inevitabilmente si trovano in posizioni precarie, vuoi per età vuoi per professioni non sempre codificate e ben accettate dalle istituzioni. Ma che altrettanto inevitabilmente sono e saranno i nodi futuri di questa come di altre reti.

Con un po’ di presunzione, direi che l’Italia ha bisogno di una rete nella quale i nodi abbiano pari dignità e che permetta uno scambio tra diversi attori della società che sono interessati, coinvolti, partecipi alla scienza. Nel rispetto delle specificità profonde e reali di quest’ultima ma senza fare l’errore di dividere il mondo in scienza e non-scienza.

scienza e società, ricerca, università