Ebrei, professori e Israele
Son tempi cupi di cambiamento e di reazione. Quindi tornano i fantasmi, com’è naturale che sia. Ed ecco la black list di 162 professori ebrei che fanno lobby a favore dei sionisti.
Reazioni? La comunità ebraica e la procura.
Non mi sembra sufficiente: una lista del genere non è questione di codice penale (ovviamente se ci sono aspetti penali, che tutte le procure del caso intervengano: ovviamente!) ma di convivenza civile. Non è neanche questione di ebrei con annessi meccanismi della memoria e incubi dell’olocausto. Si tratta semplicemente del fatto che le black list – di ebrei, omosessuali, negri, comunisti, fascisti, mussulmani, zingari, rumeni, nudisti o quant’altro – non si fanno. È contro l’idea stessa di mettere al bando una parte della società che serve una nostra reazione. E che sia una reazione di tutti, non solo di chi deve far rispettare la legge, o di chi ha provato sulla propria pelle le persecuzioni.
A me dispiace che nell’affaticata e sonnacchiosa università italiana non ci sia stato un affannarsi di professori e intellettuali a chiedere di essere segnati nella lista; o a esprimere altra concreta solidarietà a chi nella lista ci è stato messo a forza.
A scanso di equivoci, chiedo di essere inserito anch’io nella lista – perché tutti i democratici dovrebbero sentire l’esigenza di stare assieme a quei 162.
S’ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo.
E così, manzonianamente, a Torino Rifondazione Comunista (con il dissenso di Fausto Bertinotti, va detto) lancia un boicottaggio del salone del libro perché Israele è quest’anno il paese ospite. A fianco dei boicottanti sta anche il professor Gianni Vattimo.
Con un eufemismo, non ho simpatie per la politica estera (leggasi questione palestinese. Leggasi in sostanza: massacro di civili e bambini) dei governi dello Stato d’Israele. Ma:
- dissento dall’identificare un paese con il suo governo ovvero col suo leader: l’America non è Bush, la Russia non è Putin e l’Italia, quando le capita, non è Berlusconi
- in una situazione di conflitto – quale è quella tra Israele e Palestina – dialogare con le parti è necessario e opportuno. L’alternativa è la distruzione
- la cultura è un antidoto alla guerra. Parlare, dialogare e confrontarsi con chi fa libri in Israele è un sostegno concreto ed è prendere parte contro la guerra
Quindi quest’anno sarò felice, più del solito, di essere al Salone del libro che avrà come paese ospite Israele.
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