La qualità dell’open
La questione è annosa: qual è l’equilibrio tra buono e gratis? Quanto siamo disposti a rinunciare per non pagare? Le idee che circolano liberamente sono buone? Quanto? Come facciamo a saperlo?
La filosofia open parte esattamente dal punto di vista opposto. Un prodotto aperto viene realizzato da un singolo, o da un gruppo, ma poi viene sviluppato, testato, migliorato, arricchito, stressato in tutti i modi possibili da una comunità. È questo lavoro collettivo, possibile solo per l’apertura del progetto, a garantire una bontà migliore e soprattutto sempre crescente.
Nel mezzo ci siamo noi che usiamo i software e che ci barcameniamo tra offerte a pagamento e altre gratuite, tra software proprietari e altri open. Chi usa OpenOffice, giusto per fare l’esempio più noto, sa di avere per le mani il gemello aperto del prodotto di Microsoft. Quasi tutto funziona bene ma ci sono alcune disfunzioni, un po’ di documentazione manca, qualche applicazione è leggermente diversa da quelle che conosciamo abitualmente. Ad onor del vero, non è mica che con Microsoft Office sia tutto rose e fiori, ma questo è un altro discorso.
Fatto sta che il problema della qualità del software open source comincia a diventare una questione importante – e lo sarà tanto di più quanto questo sarà diffuso e utilizzato. O viceversa se la comunità di utenti sarà grande, i test saranno più numerosi e quindi i miglioramenti più veloci?
Per cercare di definire un sistema di valutazione dei software open, l’Europa ha messo in campo il progetto QualOSS – Quality of Open Source Software – che conterà su 3 milioni di euro nei prossimi due anni. Capofila è il Fraunhofer Institute for Experimental Software Engineering di Kaiserslautern.
QualOSS vuole arrivare a offrire a noi utenti di sistemi informatici la possibilità di determinare a quale livello una certa soluzione open corrisponde a criteri prefissati. Bisogna tenere in conto la robustezza, l’affidabilità del prodotto; ma anche l’attività e la reattività della comunità di sviluppatori.
L’obiettivo più profondo è far cresce la consapevolezza nelle aziende in modo che il mondo produttivo europeo scelga e usi le tecnologie open abbandonando quelle proprietarie.
La speranza è così che i produttori europei si affidino a strumenti che, essendo aperti, possono essere modificati e adattati alle esigenze dell’utente finale, rispondendo così a richieste che cambiano frequentemente nel tempo.
Insomma, una sorta di paracadute per ridurre il rischio degli investimenti tecnologici e per rendere più dinamica la capacità d’innovare.
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