feb 08 2010

Parlare o non parlare delle due culture?

Come forse dovevo aspettarmi, con la contro-recensione al Piccolo atlante celeste, ho scatenato un dibattito tra le persone coinvolte direttamente: Giangiacomo Gandolfi e Stefano Sandrelli che l’hanno curato e Marco Boscolo che l’ha recensito. Vorrei che questo scambio “schietto e diretto” diventasse occasione per una riflessione un po’ più ampia e condivisa da altri.

Non me ne voglia Gandolfi, ma qui la discussione non è sulla responsabilità del recensore, che pure è cosa importante e riguarda la sua etica professionale: siamo tutti d’accordo che una recensione “sbagliata” produce un danno potenziale soprattutto se esce su Le Scienze. Non verte neppure su Dante, Sinisgalli o sull’interpretazione di Galileo scienziato o “maggiore tra i prosatori italiani”.

La questione che vale la pena distillare dallo scambio tra curatori e recensore a mio parere è una: nella società italiana la frattura tra le due culture c’è.

Forse ci distingue la convinzione che i “veri intellettuali” l’abbiano superata metabolizzando al meglio l’una e l’altra. Sull’esistenza di questi “veri intellettuali” posso avvicinarmi in due modi: da egocentrico mi definisco uno di loro e quindi Boscolo ha ragione; da matematico dico che basta definire “vero intellettuale” colui il quale ha superato la frattura e ha metabolizzato al meglio l’una e l’altra. Temo però che entrambi questi approcci non mi porterebbero lontano. Sicuramente non mi porterebbero a capire cosa si muove nella pancia della società in cui vivo e a cercare di dare qualche piccolo contributo a che la frattura si sani.

Quindi, dal mio punto di vista, il terreno d’incontro tra noi quattro (e i nostri quattro lettori, per parafrasare un minore dell’Ottocento) è che la frattura tra le due culture c’è e si vede. Non m’interessa sapere se i cattivi sono i letterati o gli scienziati o entrambi, mi basta dire che il problema c’è.

Sotto questa ipotesi, lo scambio di oggi può distillarsi in due posizioni:

Lineare A, quella adottata da Boscolo: parlare della frattura alimenta solo il dialogo tra esperti, toglie forza all’azione di raccontare che da sola sarebbe più efficace. Pertanto annoia e infastidisce i lettori. Ergo è controproducente.

Lineare B, quella adottata da Gandolfi, Sandrelli e dal sottoscritto: parlare della frattura serve a dare consapevolezza ai lettori che, dopo essersi goduti i racconti, possono desiderare una maggior riflessione sul rapporto tra narrativa e scienza. Pertanto informa e fa crescere i lettori. Ergo è utile.

Mi piacerebbe che su questa contrapposizione tra A e B si aprisse un confronto, lasciando da parte le questioni marginali quali i danni potenziali, l’etica del recensore, Dante, Sinisgalli, Galileo e soprattutto il “vero intellettuale”, del quale mi pare proprio un po’ vuoto parlare. Anche perché a me farebbe piacere sapere che a tutte le persone in gamba di questo mondo, che non sono né “intellettuali veri” né estremisti dell’uno o dell’altro tipo, fa piacere leggere che le due culture sanno andare lontano insieme, rafforzandosi l’una con l’altra.

Vogliamo parlarne?

3 commenti

  • Di Giangiacomo, 9 febbraio 2010 @ 10:42

    Certo che siamo punti nel vivo Marco, nessuno lo nasconde. E’ tuttavia vero che nulla osta al confronto delle opinioni, espresse anche in modo veemente, serrato e passionale. Non sono il tipo da “volemose bene” e se mi sento animoso non lo nascondo, ma ciò non inficia lo scambio di opinioni. Insomma, questo non è un flame gratuito, e né te né io siamo dei troll qualunque, oltretutto ci presentiamo col nome vero. Questa è una polemica forte perché nata da una critica pubblica e mal giustificata nei confronti dell’antologia, ma una polemica che potrebbe diventare costruttiva con un minimo di buona volontà e di coerenza. D’altro canto, se sei convinto di quel che dici, non sarà certo la mia aggressività a dissuaderti dall’esprimerlo con nettezza e dal chiarirlo con parole diverse, anzi.
    Nel mio ultimo intervento del post precedente ti ho fatto una domanda chiara e tu hai svicolato. Ora vedo che Daniele ha scelto la versione Boscolo 1 (la chiama Lineare A), ma io non ne sono del tutto convinto. Per chiarire e (spero) andare avanti, riporto le tue più recenti asserzioni:
    ” (…) credo che ribadire la necessità dell’interscambio tra le due serva solo a mantenere in vita il dibattito. se quello che osservava Snow era valido al suo tempo, e per certi versi può essere valido ancora oggi nel nostro paese, non credo – e questo cercavo di scrivere nella recensione (…) – che nell’ambito della letteratura (…) questa problematica non esiste. tutto qui.”
    Sarò duro di comprendonio, ma mi sembra l’esatto opposto del Lineare A, o meglio mi sembra il lineare A (inutile discutere o la ferita si apre) rafforzato dal Lineare C (Boscolo 2) (la ferita in letteratura non esiste, al più la si crea col dibattito).
    Se ti chiedo cortesemente di confermare o smentire questa mia lettura (cortesemente va bene? o sono ancora troppo punto sul vivo?) è solo perché a seconda dei casi le mie argomentazioni procedono differentemente.

  • Di Giangiacomo, 9 febbraio 2010 @ 10:52

    @Daniele
    Ovvio che non te ne voglio. Sei tu il padrone di casa e io un umile ospite. Certo, il giorno che farò un mio blog di sicuro aprirò anche un post sulla responsabilità del recensore, sul danno potenziale e sull’etica professionale, perché in questo paese stanno diventando concetti volatili e troppo spesso tacciati di moralismo solo per evitare di parlarne. Ma finché son qui rispetto le tue regole e la tua sensibilità e son pronto a incanalare la polemica in direzione dell’utile comune che hai efficacemente tratteggiato.

  • Di Lorenzo Monaco, 10 febbraio 2010 @ 22:47

    > Parlare della frattura? Appassiona le menti spiccatamente intellettuali (e, direi, amanti dei lunghi dibattiti. Compresi quelli web)
    > Non parlare della frattura? Appassiona coloro che amano unicamente la letteratura e non la filosofia.
    Scegliere l’una o l’altra fronda? Probabilmente dipende dal lettore che si vuole coltivare e gratificare.

    Che poi è il dilemma del cineforum anni ‘70: basta solo il film o bisogna aprire il dibattito, dopo?

    Le poesie si apprezzano di più o di meno con le note a margine?

    Meglio un haiku o un libro sugli haiku?

    E Tonio Kroeger, il bruno intellettuale che sbirciava focosi amanti biondi ballare, forse direbbe: meglio vivere o far filosofia sulla vita?

    E se andasse bene tutto? E se sub specie aeternitatis le fratture non esistessero e le Lineari A, B e C convergessero?

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