feb 08 2010

Piccolo atlante celeste, una recensione da ripensare

Marco Boscolo recensisce Piccolo Atlante Celeste sul numero di Le Scienze in edicola a febbraio. La sua non è una recensione entusiastica, e ho molto rispetto per chi ha voglia e coraggio di parlare di un libro anche mettendo il dito in qualche piaga e non si abbandona agli elogi acritici.

Nel caso specifico, però, non condivido quando il recensore dice: “per un superamento di quella frattura tra cultura umanistica e scientifica bisognerebbe che si smettesse di parlare e si lasciasse ai racconti e alla poesia, di scienziati o di scrittori, lo spazio per essere letti in pace”.

Perché? C’è un tempo per scrivere e leggere racconti e c’è un tempo per parlare dei racconti.

Stefano Sandrelli e Giangiacomo Gandolfi con il loro Atlante lasciano la parola ai racconti: e che racconti. La loro selezione è più matura e meno ovvia dei Racconti matematici; non me ne voglia Claudio Bartocci, cha ha il merito non piccolo di essere arrivato tre anni in anticipo.

Tanto Sandrelli quanto Gandolfi, in altre sedi, si prendono il tempo e le occasioni per scrivere racconti “con la scienza di fianco”, convinti che i racconti di scienza debbano parlare da soli. E lo stesso fanno nella loro veste di curatori, che ci propongono da Bradbury a Levi, da Buzzati a Pirandello, da Schiaparelli a Wells, passando per Hoeg, Queneau, Leopardi, Pontiggia, Asimov, Rigoni Stern, Del Giudice, Calvino, Ceronetti, Cortàzar… (Tra parentesi, trovo bizzarro che Boscolo veda Dante come un assente in questa lista. A me sarebbe sembrata una presenza un po’ forzata: non direi proprio che il Sommo Poeta abbia scritto racconti di astronomia).

Detto del ruolo che i racconti hanno, non sono d’accordo che bisognerebbe che si smettesse di parlare della frattura tra cultura umanistica e scientifica. Boscolo crede davvero che questa frattura sia sanata? Crede davvero che sia sufficiente la pratica e che non serva anche un po’ di grammatica? Io non vedo i lettori italiani come consapevoli e abituati a un sano rapporto tra narrativa e scienza. Le dieci paginette che aprono il libro e che hanno un poco disturbato il recensore non vogliono sviluppare chissà quale riflessione innovativa, fanno semplicemente il punto sul rapporto tra le stelle e le narrazioni. Sono pensieri che è giusto condividere col lettore che si sente attratto da un’antologia di racconti “splendidamente disomogenei, ricchi di spunti, temi e suggestioni” come è questa.

Perché se il lettore dovrà, potrà e vorrà trarre piacere dai racconti in sé, non si vede perché non debba anche acquisire un briciolo di consapevolezza del fatto che scienza e racconti hanno una lunga storia comune e non ha senso vivere una separazione che non c’è sempre stata. Storia già ben nota a Italo Calvino che vedeva Galileo Galilei come il “maggiore tra i prosatori italiani” e non l’avrebbe mai definito uno “scienziato prestato alla narrazione”.

11 commenti

  • Di marco boscolo, 8 febbraio 2010 @ 10:32

    Mi fa piacere contribuire al dibattito sulla questione, anche se mi imbarazza un po’ l’idea che una mia recensione lo sollevi: mi diranno che faccio l’intellettuale! scherzi a parte, scrivo qui qualche considerazione ulteriore, per farmi capire meglio, convinto che la compressione del mio giudizio nelle 2000 battute della recensione non abbia giovato alla chiarezza. magari lo faccio per punti.

    1) dante. mi rendo conto che a rileggere sembra proprio che pensi che dante sia un’assenza nell’antologia. volevo solo dire, come fanno già notare i curatori nell’introduzione, che un progetto come questo è necessariamente incompleto. nelle discussioni da bar, spesso dante viene considerato un simbolo della poesia, della cultura umanistica. volevo solo ricordare che la poesia di dante è intrisa di astronomia, quella della sua epoca, certo, ma pur sempre astronomia.

    2) i racconti selezionati in effetti sono molto belli. questa parte dell’antologia non mi pone alcun problema, anzi: l’ho letta con piacere, ritrovando alcuni racconti che considero vecchi amici.

    3) la questione delle due culture. mi pare che da quello che scrivi, daniele, sia questo il problema principale, la cosa che hai condiviso di meno. e qui, mi sa, che abbiamo opinioni diverse. cerco di andare per ordine.
    la frattura, molto probabilmente, esiste, è reale. non è questo il problema. quello che non condivido è che si agisca sempre per ricordarne l’esistenza. secondo me i racconti contenuti nell’antologia sono già oltre questa divisione. vi si trovano la bellezza della prosa di alcuni scienziati o la precisione e l’interesse per l’astronomia (e quindi la scienza) di scrittori italiani e non, famosi per le loro virtù letterarie. questi personaggi vivono, o hanno vissuto, già oltre la divisione tra le due culture. andare a rimarcare la necessità di costruire un ponte, di abbattere le barriere e le suddivisioni fittizie che questa divisione presuppone, mi pare superfluo.
    la citazione di sinisgalli che ho riportato nell’ultimo capoverso (”Scienza e poesia non possono camminare su strade divergenti”), che sembra l’augurio dei curatori, per me è leggermente fuorviante, perché come ho già scritto qui sopra, i contriguti dell’antologia sono già oltre questa divisione. e poi mi piacerebbe che si fosse detto, semmai, che “scienza e poesia non camminano su due strade parallele”. una sottile differenza, se vogliamo (e qui chi mi conosce mi darà del polemista laureato un filosofia), ma secondo me importante. freudianamente ho come l’impressione, magari sbagliata, che mentre a chi sostiene che quella scientifica non è cultura, se non in un grado inferiore, di questi discorsi se ne freghi bellamente, mentre chi crede che la scienza sia cultura allo stesso livello della letteratura o della pittura voglia tentare di accreditarsi presso i primi. ecco, questo non mi pare un atteggiamento proficuo se si vuole che il superamento della divisione (che, ripeto, proprio i racconti dell’antologia dimostrano essere superato tra veri intellettuali).
    è come se si trattasse di un problema di comunicazione: non pensare all’elefante. ma appena me lo dici, io ci torno a pensare.

    spero di aver chiarito il mio punto di vista.

  • Di Giangiacomo, 8 febbraio 2010 @ 12:07

    Grazie, Daniele, per la garbata presa di posizione. Naturalmente ero al corrente della recensione, che mi ha lasciato davvero perplesso e deluso nei confronti di una rivista dal passato glorioso e dalle note ambizioni. Mi spiegherò meglio tra breve, ma prima vorrei fare un preambolo. Recensire è un’ottima cosa, criticare un efficace stimolo dialettico, e stroncare, qualche volta, un piacere necessario. Ho scritto decine e decine di recensioni (per lo più musicali, ma in tempi non recentissimi anche di narrativa) e mi è capitato di indulgere in quest’ultimo vero e proprio genere letterario, con alterni successi. In un’occasione, però, le circostanze mi hanno condotto ad una serrata riflessione che ha cambiato un po’ le cose. Avevo stroncato con perverso godimento il cd di una band italiana genere lounge dopo un paio di ascolti e avevo affidato come di consueto lo scritto al webmagazine al quale collaboro, quand’ecco che si fa vivo via mail uno dei membri del gruppo con una cortesissima e interlocutoria discussione sui miei interessi musicali e su alcuni gruppi stranieri che consideravo favorevolmente. Nessuna protesta per la stroncatura. Puoi immaginare l’imbarazzo. Mi sono andato a riascoltare il CD, più di una volta, e dopo un po’ l’imbarazzo è aumentato. Con tutta evidenza il mio ascolto era stato superficiale, frettoloso. L’album non era certo un capolavoro, ma costruiva un percorso sonoro interessante, non banale e molto più meritevole di attenzione di quanto avessi distrattamente riconosciuto all’inizio. A quel punto ho risposto al musicista altrettanto garbatamente, coprendomi il capo di cenere e chiedendogli un’intervista (in un certo senso riparatoria) da proporre al webmagazine. Lui me la concesse, ma tenendoci a sottolineare che non c’era bisogno di alcuna rettifica e che non mi aveva certo scritto per quello. Da allora, prima di stroncare, ci penso non due ma cento volte, e soprattutto mi preoccupo che l’argomentazione sia autoconsistente, dettagliata e precisa. Qualunque opera, anche la più irritante, nasconde un lavoro impegnativo e una dedizione non indifferente, che merita il rispetto e la dignità di un attacco il più possibile “nobile” e giustificato. Inoltre, se devo andarci giù duramente, tendo a farlo nei confronti di tromboni conclamati, che vendono decine di migliaia di copie e trasmettono valori estetici e/o etici assolutamente deprecabili con ingiustificato successo e visibilità personale.

    Spero la premessa sia chiara, perché ora passo a considerare la recensione di Boscolo.
    Quello scritto è evidentemente frutto di un preconcetto, come si evince dalla gratuità e pretestuosità delle argomentazioni, ma su questo non infierirei se mascherasse meglio la lettura distratta e i marchiani errori di comprensione e cultura generale. Sei stato fin troppo gentile nel citarne uno (quello su Dante) che fa capire chiaramente come l’autore non sappia neanche cogliere lo spirito dell’antologia, dedicata alla PROSA e non alla POESIA di ispirazione astronomica. Lo stesso Calvino specificava che considerava Galileo il miglior scrittore italiano IN PROSA, il che è estremamente significativo ma evidentemente sfugge del tutto a Boscolo.

    Torniamo indietro nella recensione, dove si legge di quel “sentimento del cielo di cui parlava Ungaretti”. Bene, immagino che l’autore di questa frase si stupirà nello scoprire che Ungaretti non ha mai parlato di “sentimento del cielo”, ma di “sentimento del tempo”. Il titolo della nostra sezione, come è spiegato chiaramente a pagina IX, è una parafrasi. Basta leggere, non è neanche necessario sapere di letteratura.

    Ora, tralasciando la doppia p in Schiaparelli qualche riga dopo (può essere un refuso), avanziamo fino alla fine dello scritto. Anche qui un grave difetto di comprensione, che compromette la logica stessa della frase. Si ricorda la citazione finale di Sinisgalli (sempre nella prefazione), sostenendo che questo scrittore invocava il superamento di Galileo e Leonardo. Non capisco cosa possa significare tutto ciò, se non che Boscolo non è in grado di leggere correttamente l’italiano e non si preoccupa di andare contro la propria stessa logica. Galileo e Leonardo, da qualsiasi punto di vista li si esamini, sono un evidente esempio di compenetrazione scienza-arte, e Sinisgalli, come d’altronde il più ignorante studente di scuola media, lo sapeva benissimo. Ma si dà il caso che nella prefazione si legga: “Snow delineava sociologicamente il conflitto, la frattura. Sinisgalli, guardando a Leonardo e Galileo, ne invocava il superamento, la ricomposizione (…)” Superamento e ricomposizione della frattura naturalmente, di cos’altro? Come si può pensare che il superamento si riferisca ai due grandi scienziati/artisti?

    Insomma, in poche righe Boscolo autodenuncia sciatteria e inconsequenzialità, scarsa attenzione ai testi che intende commentare. Si capisce che non è il suo mestiere, e ingenuamente non riesce neanche a nascondere la sua inadeguatezza. Se gli esempi che ho portato si riferiscono a errori plateali, di certo non si può dire che il ragionamento complessivo sia ben costruito: a me sembra, viceversa, che si avvicini al vuoto spinto. Ad esempio, avrei apprezzato moltissimo una stroncatura basata sulla considerazione che il conflitto Scienza-Letteratura non esiste, è illusorio. Sarebbe stata una provocazione utile, visto che in effetti, negli ultimi anni, lo iato si è indubbiamente ridotto grazie alle nuove generazioni di narratori onnivori – italiani o meno – che circolano sugli scaffali delle librerie. Sarebbe stato anche lecito e interessante contestare il sillogismo di pagina VIII, dove l’avversione del letterato medio per la scienza, i suoi risultati, le sue riflessioni e le sue implicazioni sociali e politiche viene associato tout-court a un danno per il progresso del Paese, con un forte sbilanciamento in direzione del concetto di “ruolo educativo” della letteratura.
    Invece cosa fa Boscolo? Si dimena tra le spire delle Due Culture dando un colpo al cerchio e uno alla botte. E’ vero, la frattura esiste, però sarebbe meglio non parlarne (o forse che non ne parlassero Gandolfi e Sandrelli). Bisognerebbe lasciare ai racconti e alle poesie lo spazio per essere letti in pace. Come se una prefazione senza pretese di generalizzazione lo impedisse. Come se da qualche parte, nel mondo, già esistessero migliaia di zibaldoni di racconti che parlano del cielo o di scienza e milioni di lettori intenti a leggerli, infastiditi dall’invadente retorica di due editor presuntuosi.
    D’accordo, il tema può non interessare, gli editor possono risultate antipatici (anche se non sono tromboni che imperversano come Vespa e Odifreddi ma quasi esordienti in campo editoriale?), si può ignorare che un’antologia sul tema sia una novità assoluta perfino per il mercato anglosassone, si può dissentire su alcune riflessioni… Ma allora perché non argomentare la propria posizione? Perché disseminare il testo di imperdonabili imprecisioni o addirittura palesi e totali fraintendimenti? Perché prendersi la briga di segnalare sprezzantemente il libro senza uno straccio di idea o di tesi da avanzare a giustificazione delle proprie idiosincrasie?
    Se non è gratuito un attacco del genere, non capisco cos’altro possa esserlo nell’universo.
    Povera rivista “Le Scienze” se questo è il livello di pochezza a cui sono giunte le sue recensioni…

  • Di Giangiacomo, 8 febbraio 2010 @ 12:21

    Ops, leggo con ritardo il commento sopra. Vabbé, almeno ora “uno straccio di argomentazione” c’è. Non so se giustifica il tono sferzante della recensione, ma almeno c’è. Peccato che i lettori delle Scienze (a meno di miracolose doti telepatiche) ne rimarranno completamente all’oscuro. Ci rifletto ed elaboro una risposta nel merito.

  • Di stefano sandrelli, 8 febbraio 2010 @ 12:34

    Cari Daniele e Marco, innanzi tutto voglio ringraziarvi per l’attenzione e la chiarezza delle vostre argomentazioni. Ne approfitto, sperando di dare un contributo (non definitivo,
    figurarsi). Devo ammettere che leggere il commento di Marco al post di Daniele fa tutto un altro effetto che leggere la recensione del volume pubblicata su Le Scienze. Purtroppo più di una persona mi ha detto, dopo aver visto Le Scienze, che certo non viene voglia di leggere il Piccolo Atlante. Peccato, i racconti sono belli, meritano e, come dice Marco, vanno -nei fatti- oltre la nota “frattura”.

    Veniamo al punto sollevato da Marco: è vero, i “veri intellettuali” probabilmente hanno superato o non hanno mai sentito la separazione fra culture. Ma è solo un problema di definizione di “vero intellettuale”. E poiché l’assenza di cultura scientifica è un problema sociale, vale sempre la pena di mostrare a quante piu’ persone possibile che con la scienza ci si puo’ divertire in tanti modi – come scienziati in primo luogo, ma anche come scrittori e artisti – e che la cultura scientifica è anche saper usare le immagini, le suggestioni, il metodo della scienza per raccontare il mondo.

    Ai veri intellettuali questo sembrerà scontato, ma per loro ci sono i racconti. Sul fronte opposto, ovvero agli umanisti duri e puri che credono che la scienza non sia cultura o lo sia di un grado inferiore (ed esistono davvero! Fino a questa estate non ci credevo, ma ne ho incontrata una: vera, di carne, non come l’uomo-falena!), be’… poverini, a loro è proprio impossibile parlare.

    Ma a tutti gli altri, tutte le persone in gamba di questo mondo, che non sono ne’ “intellettuali veri” ne’ estremisti dell’uno o dell’altro tipo, magari fa piacere leggere che le due culture sanno andare lontano insieme, rafforzandosi una con l’altra.

  • Di Giangiacomo, 8 febbraio 2010 @ 13:29

    Dopo l’ottimo intervento di Stefano rinuncio a una replica estesa: la risposta è tutta lì, quantomai efficace. Quanto al mio post, sono stato molto duro e mi scuso per aver occasionalmente trasceso, ma nel merito continua a valere perfettamente nei confronti della recensione pubblicata in cartaceo.
    Solo una piccola appendice: la posizione di Marco non la condivido minimamente, mi ricorda tanto le presunte risposte “pragmatiche” di Giuseppe Cruciani nella trasmissione di radio24 La Zanzara (non so se la conoscete). Esemplare quella della settimana scorsa a un radioascoltatore che gli ricordava il conflitto d’interessi di Berlusconi. Il conduttore rispondeva sprezzante (come suo solito): “aaaah che noia queste storie, sono quindici anni che si ripetono, non c’è nulla di nuovo…” Già, se non fosse per il non trascurabile particolare che proprio ignorare queste cose noiose per quindici anni ha trasformato il refolo del conflitto d’interessi in una vera e propria tempesta che riguarda ogni minimo aspetto dello scibile economico in Italia. Be’, per parafrasare Boscolo-Cruciani: “aaaah che noia questo conflitto tra le Due Culture, sono cinquant’anni che se ne parla, ma i veri intellettuali hanno ben chiare le cose, è inutile ripetere”. E magari aggiungere l’agghiacciante corollario: “Ai non intellettuali che vuoi che gliene freghi?”. Continuiamo così, facciamoci del male.

  • Di marco boscolo, 8 febbraio 2010 @ 13:38

    per quanto riguarda la questione “dante”, spero che la spiegazione nel mio intervento precedente sia sufficiente.
    mi fa comunque una certa specie essere accusato di sciatteria ed attaccato frontalmente sulla mia professionalità, perché, quant’anche accettando le ipotesi sulla mia “lettura distratta”, avrei preferito che si passasse a un dialogo costruttivo a partire da quello che esprimo, ovvero la mia opinione. questo per rispondere in linea generale a giangiacomo (che deduco essere gandolfi).

    l’idea che le due culture possano andare lontano rafforzandosi l’una con l’altra è affascinante. e in linea di principio assolutamente condivisibile. io credo però che non si tratti di trovare dove e come l’una e l’altra possano andare a braccetto (parallelamente, sempre per fare riferimento all’introduzione e quella citazione, cioè senza contatto), quanto piuttosto di osservare come per gli scrittori e gli scienziati che sono raccolti nell’antologia si pongano al di là della frattura stessa. bene. se loro sono andati oltre, mi sembra un autogol comunicativo andare a ribadire la frattura (reale o pensata che sia).

    l’impressione generale quando si affronta quest tema è che da una parte i più sfegatati sostenitori della cultura umanistica non vogliano riconoscere la scienza come cultura a tutto tondo. viceversa che alcuni (non mi azzardo ad allargare, non avendo dati) scienziati cerchino costantemente di accreditarsi proprio in quel circolo di intellettuali (veri o presunti che siano) che si asserragliano dietro alla presunta superiorità della cultura umanistica. ma non è il caso, nell’uno o nell’altro senso, degli autori antologizzati e credo che ribadire la necessità dell’interscambio tra le due serva solo a mantenere in vita il dibattito. se quello che osservava Snow era valido al suo tempo, e per certi versi può essere valido ancora oggi nel nostro paese, non credo – e questo cercavo di scrivere nella recensione (forse con tutti i limiti della mia retorica e della mia capacità scrittoria) – che nell’ambito della letteratura (rimandendo all’oggetto della discussione) questa problematica non esiste. tutto qui.

    come spero dimostrino i miei interventi qui, spero che il dialogo possa continuare. ne sono felice.

  • Di marco boscolo, 8 febbraio 2010 @ 13:42

    leggo solo ora, dopo aver già pubblicato il mio secondo commento, la replica di giangiacomo (gandolfi). non so se quanto ho scritto serva a chiarire la mia posizione. aggiungo soltanto che – a mio modo di vedere – quanto scritto da giangiacomo nell’ultimo intervento mi pare che vada a parare da un’altra parte rispetto a quanto io volevo mettere in evidenza. se poi abbbiamo opinioni differenti, pazienza, ma credo che sia leggittimo dissentire. in fondo questo spazio messo a disposizione da daniele dovrebbe servire proprio a dialogare.

  • Di Giangiacomo, 8 febbraio 2010 @ 16:25

    E no però, ora stai cambiando tesi in corso d’opera e questo non è intellettualmente onesto. Dissentire è legittimissimo, ma ci vuole coerenza. Se sono andato a parare altrove è perché mi ci hai condotto, mentre ora fai conversione a U, 180 gradi. Riguardo al dialogare è quello che stiamo facendo, deposte le intemperanze (che spero considererai giustificate dal danno potenzialmente prodotto dalla recensione) e le interpretazioni che il testo pubblicato autorizzava.
    Provo a riassumere: nella recensione e nel tuo primo commento concedi che la frattura tra le Due Culture esista e il dissenso tra i nostri punti di vista nasca dalla scelta di una strategia comunicativa ottimale per fronteggiare un problema esistente. Se ne può parlare e la questione è certamente interessante, tanto più che personalmente non sono un pasdaran né della purezza umanistica né della infallibilità dello sguardo scientifico. Detesto ambedue le estremizzazioni e la concordia e il rafforzamento reciproco di scienza e letteratura sono per me interesse prioritario.
    Nella tua attuale puntualizzazione, però, perdonami, cambi le carte in tavola e mi fai fare la figura di chi combatte contro i mulini a vento. Infatti, se interpreto bene la tua ultima frase (la doppia negazione deve essere un incidente di tastiera), ora la tua posizione è che nel campo della letteratura la frattura non esiste più. Per questo non fa conto parlarne. Inoltre ipotizzi che in Italia possa esserci ancora qualche problema, suppongo in altri campi (quali? il teatro? la musica? la pittura? sarebbe utile specificarlo, ricordando che di arte si sta parlando).
    Direi che urge un chiarimento definitivo (e univoco) sulla tua posizione al riguardo. Mi devo confrontare col Boscolo 1 o col Boscolo 2?Non mi va di gettare parole al vento, tanto più che ce la cantiamo e ce la suoniamo in tre, quattro al massimo.

  • Di marco boscolo, 8 febbraio 2010 @ 19:10

    in tutta sincerità non credo di aver cambiato opinione sulla questione. nei contributi che ho postato oggi ho soltanto cercato di spiegare meglio il mio punto di vista, nella speranza che fosse sufficiente per fare comprendere le motivazione della mia critica. se non è stato così, mi dispiace, ma non saprei in che altro modo contribuire.
    è evidente che entrambi (non so stefano sandrelli) ci sentiamo punti sul vivo, come curatore o, nel mio caso, come recensore. a questo punto, visto che nessun altro ha dato contributi a questa discussione, mi sembra francamente che continuare ad aggiungere commento a commento in questa sede sia noioso per chi legge il blog di daniele.
    io rimango comunque aperto al dialogo, ma forse spostarsi in separata sede sarebbe più opportuno (trovare i miei recapiti non è poi così complicato).

  • Di daniele, 8 febbraio 2010 @ 22:26

    Ho provato a tirare le mie fila di questo dibattito in un nuovo post, per provare a distillare la questione: http://www.danielegouthier.it/erdos/parlare-o-non-parlare-delle-due-culture.html

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  1. Parlare o non parlare delle due culture? | Il mito di Erdős — 8 febbraio 2010 @ 21:37

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