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	<title>Il mito di Erdős &#187; Le Scienze</title>
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	<description>nella scienza ciò che importa sono la comunicazione e la condivisione</description>
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		<title>Parlare o non parlare delle due culture?</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 20:37:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[consapevolezza]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Boscolo]]></category>
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		<description><![CDATA[Come forse dovevo aspettarmi, con la contro-recensione al Piccolo atlante celeste, ho scatenato un dibattito tra le persone coinvolte direttamente: Giangiacomo Gandolfi e Stefano Sandrelli che l’hanno curato e Marco Boscolo che l’ha recensito. Vorrei che questo scambio “schietto e diretto” diventasse occasione per una riflessione un po’ più ampia e condivisa da altri.
Non me [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come forse dovevo aspettarmi, con la <a href="http://www.danielegouthier.it/erdos/piccolo-atlante-celeste-una-recensione-da-ripensare.html">contro-recensione</a> al Piccolo atlante celeste, ho scatenato un <a href="http://www.danielegouthier.it/erdos/piccolo-atlante-celeste-una-recensione-da-ripensare.html#comments">dibattito</a> tra le persone coinvolte direttamente: Giangiacomo Gandolfi e Stefano Sandrelli che l’hanno curato e Marco Boscolo che l’ha recensito. Vorrei che questo scambio “schietto e diretto” diventasse occasione per una riflessione un po’ più ampia e condivisa da altri.</p>
<p><span id="more-260"></span>Non me ne voglia Gandolfi, ma qui la discussione non è sulla responsabilità del recensore, che pure è cosa importante e riguarda la sua etica professionale: siamo tutti d’accordo che una recensione “sbagliata” produce un danno potenziale soprattutto se esce su Le Scienze. Non verte neppure su Dante, Sinisgalli o sull’interpretazione di Galileo scienziato o “maggiore tra i prosatori italiani”.</p>
<p>La questione che vale la pena distillare dallo scambio tra curatori e recensore a mio parere è una: nella società italiana la frattura tra le due culture c’è.</p>
<p>Forse ci distingue la convinzione che i “veri intellettuali” l’abbiano superata metabolizzando al meglio l’una e l’altra. Sull’esistenza di questi “veri intellettuali” posso avvicinarmi in due modi: da egocentrico mi definisco uno di loro e quindi Boscolo ha ragione; da matematico dico che basta definire “vero intellettuale” colui il quale ha superato la frattura e ha metabolizzato al meglio l’una e l’altra. Temo però che entrambi questi approcci non mi porterebbero lontano. Sicuramente non mi porterebbero a capire cosa si muove nella pancia della società in cui vivo e a cercare di dare qualche piccolo contributo a che la frattura si sani.</p>
<p>Quindi, dal mio punto di vista, il terreno d’incontro tra noi quattro (e i nostri quattro lettori, per parafrasare un minore dell’Ottocento) è che la frattura tra le due culture c’è e si vede. Non m’interessa sapere se i cattivi sono i letterati o gli scienziati o entrambi, mi basta dire che il problema c’è.</p>
<p>Sotto questa ipotesi, lo scambio di oggi può distillarsi in due posizioni:</p>
<p>Lineare A, quella adottata da Boscolo: parlare della frattura alimenta solo il dialogo tra esperti, toglie forza all’azione di raccontare che da sola sarebbe più efficace. Pertanto annoia e infastidisce i lettori. Ergo è controproducente.</p>
<p>Lineare B, quella adottata da Gandolfi, Sandrelli e dal sottoscritto: parlare della frattura serve a dare consapevolezza ai lettori che, dopo essersi goduti i racconti, possono desiderare una maggior riflessione sul rapporto tra narrativa e scienza. Pertanto informa e fa crescere i lettori. Ergo è utile.</p>
<p>Mi piacerebbe che su questa contrapposizione tra A e B si aprisse un confronto, lasciando da parte le questioni marginali quali i danni potenziali, l’etica del recensore, Dante, Sinisgalli, Galileo e soprattutto il “vero intellettuale”, del quale mi pare proprio un po’ vuoto parlare. Anche perché a me farebbe piacere sapere che a tutte le persone in gamba di questo mondo, che non sono né “intellettuali veri” né estremisti dell’uno o dell’altro tipo, fa piacere leggere che le due culture sanno andare lontano insieme, rafforzandosi l’una con l’altra.</p>
<p>Vogliamo parlarne?</p>
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		<title>Piccolo atlante celeste, una recensione da ripensare</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2010 08:33:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>daniele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Le Scienze]]></category>
		<category><![CDATA[Piccolo atlante celeste]]></category>
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		<description><![CDATA[Marco Boscolo recensisce Piccolo Atlante Celeste sul numero di Le Scienze in edicola a febbraio. La sua non è una recensione entusiastica, e ho molto rispetto per chi ha voglia e coraggio di parlare di un libro anche mettendo il dito in qualche piaga e non si abbandona agli elogi acritici.
Nel caso specifico, però, non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Marco Boscolo recensisce <a href="http://www.danielegouthier.it/erdos/piccolo-atlante-celeste.html">Piccolo Atlante Celeste</a> sul numero di <a href="http://lescienze.espresso.repubblica.it/">Le Scienze</a> in edicola a febbraio. La sua non è una recensione entusiastica, e ho molto rispetto per chi ha voglia e coraggio di parlare di un libro anche mettendo il dito in qualche piaga e non si abbandona agli elogi acritici.</p>
<p><span id="more-256"></span>Nel caso specifico, però, non condivido quando il recensore dice: “per un superamento di quella frattura tra cultura umanistica e scientifica bisognerebbe che si smettesse di parlare e si lasciasse ai racconti e alla poesia, di scienziati o di scrittori, lo spazio per essere letti in pace”.</p>
<p>Perché? C’è un tempo per scrivere e leggere racconti e c’è un tempo per parlare dei racconti.</p>
<p>Stefano Sandrelli e Giangiacomo Gandolfi con il loro Atlante lasciano la parola ai racconti: e che racconti. La loro selezione è più matura e meno ovvia dei Racconti matematici; non me ne voglia Claudio Bartocci, cha ha il merito non piccolo di essere arrivato tre anni in anticipo.</p>
<p>Tanto Sandrelli quanto Gandolfi, in altre sedi, si prendono il tempo e le occasioni per scrivere racconti “con la scienza di fianco”, convinti che i racconti di scienza debbano parlare da soli. E lo stesso fanno nella loro veste di curatori, che ci propongono da Bradbury a Levi, da Buzzati a Pirandello, da Schiaparelli a Wells, passando per Hoeg, Queneau, Leopardi, Pontiggia, Asimov, Rigoni Stern, Del Giudice, Calvino, Ceronetti, Cortàzar… (Tra parentesi, trovo bizzarro che Boscolo veda Dante come un assente in questa lista. A me sarebbe sembrata una presenza un po’ forzata: non direi proprio che il Sommo Poeta abbia scritto racconti di astronomia).</p>
<p>Detto del ruolo che i racconti hanno, non sono d’accordo che bisognerebbe che si smettesse di parlare della frattura tra cultura umanistica e scientifica. Boscolo crede davvero che questa frattura sia sanata? Crede davvero che sia sufficiente la pratica e che non serva anche un po’ di grammatica? Io non vedo i lettori italiani come consapevoli e abituati a un sano rapporto tra narrativa e scienza. Le dieci paginette che aprono il libro e che hanno un poco disturbato il recensore non vogliono sviluppare chissà quale riflessione innovativa, fanno semplicemente il punto sul rapporto tra le stelle e le narrazioni. Sono pensieri che è giusto condividere col lettore che si sente attratto da un’antologia di racconti “splendidamente disomogenei, ricchi di spunti, temi e suggestioni” come è questa.</p>
<p>Perché se il lettore dovrà, potrà e vorrà trarre piacere dai racconti in sé, non si vede perché non debba anche acquisire un briciolo di consapevolezza del fatto che scienza e racconti hanno una lunga storia comune e non ha senso vivere una separazione che non c’è sempre stata. Storia già ben nota a Italo Calvino che vedeva Galileo Galilei come il “maggiore tra i prosatori italiani” e non l’avrebbe mai definito uno “scienziato prestato alla narrazione”.</p>
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