Il grande gigante solitario
Abbiamo lasciato la nostra carrellata sulla matematica vista dai ragazzi europei, dai loro genitori e dai loro insegnanti, al punto che gli studenti dicono di non scegliere la matematica appunto perché “ha poco sbocco lavorativo e principalmente l’insegnamento”.
Naturalmente, l’insegnante di matematica non è colpevole di tutto! Altri fattori contribuiscono a un’immagine non attraente di chi fa matematica.
A detta dei nostri intervistati, quello del matematico è un “lavoro solitario” nel quale la dimensione del pensiero individuale annulla ogni relazione interpersonale, a tal punto che:
“He’s a mathematician so he should have no children. Mathematicians hate children” [ragazza belga].
Sulla solitudine e sull’isolamento del matematico, i giovani non hanno certo tutti i torti. Basti pensare al caso paradigmatico di Andrew Wiles la cui epopea è stata fondata anche sul fatto che ha lavorato per sette anni da solo. L’eco del suo caso nasce certamente dall’aver dimostrato l’Ultimo Teorema di Fermat, un enunciato tanto facile da comprendere quanto difficile da provare; ma si propaga anche in ragione delle sue scelte personali: un lavoro ai limiti dell’abnegazione, un isolamento da eremita, un’esclusività nei rapporti e negli interessi rara.
Tutto questo è filtrato in Europa sulle prime pagine dei quotidiani e in prima serata con documentari televisivi, contribuendo a rafforzare un mito da eroe solitario che, se da una parte è romantico e coinvolgente, dall’altra giganteggia, spaventa e intimorisce.

