Grigorij Jakevlevic Perel’man

Grigorij Jakevlevic Perel’man

Luciano è un blogger versatile e pungente che leggo sempre con piacere.
Questa volta ho avuto una bella sorpresa: mi ha mandato un suo racconto su un matematico che tempo fa ha avuto gli onori della cronaca.
Ringrazio lui e auguro a voi buona lettura.
Qui inizia il suo racconto:

Ci sono persone che riteniamo fuori dalla media, per una serie di motivi. Per ciò che pensano, per il loro non fare ciò che, quel che chiamiamo buon senso, suggerirebbe loro di fare.
Uno di questi è un giovane e brillantissimo matematico russo – il superlativo assoluto pare d’obbligo in questo caso – che risponde al nome di Grigorij Jakevlevic Perel’man. Praticamente quasi coetaneo di chi scrive – ci separano solo 4 anni – è stato insignito della medaglia Fields, l’equivalente del Nobel, nella sua più recente edizione (la medaglia viene assegnata a 4 matematici, ma ogni 4 anni). Perelman districandosi e fornendo dimostrazioni a quelle che per i non matematici sembrano esercizi di linguistica più che di matematica – si passa infatti dalla congettura di Soul, uno dei teoremi della geometria di Riemann, a quella di Poincaré, la cui spiegazione della soluzione consterebbe all’incirca di un migliaio di pagine – rifiuta premi, siano essi di prestigio e in qualche modo simbolici, che in denaro come il quello messo a disposizione dal Clay Mathematics Institute.
Li rifiuta e non da oggi, ma da sempre, da quando cioè ha dimostrato al mondo le sue doti di fuoriclasse. Snobismo? Lontananza dalle affezioni mondane? Filosofica atarassia? Di sicuro questo essere umano rientra appieno nello stereotipo “genio e sregolatezza” tanto caro a una certa cinematografia e a una certa letteratura.
A me viene in mente Ludwig Wittgenstein, uno dei filosofi del linguaggio più influenti del ‘900 – ognuno di noi, del resto, ha i propri riferimenti. È vero: Wittgenstein non inventò nulla, non scoprì qualche mistero filosofico capace di cambiare l’esistenza agli uomini, ma consolatorio è il fatto che per la stessa natura della ricerca filosofica questo difficilmente accadrà: i filosofi infatti non hanno né Nobel né medaglia Fields.
In ogni caso, egli alla fine della prima guerra mondiale poteva essere considerato uno degli uomini più ricchi d’Europa. Il padre infatti era un influente proprietario di industrie e miniere siderurgiche e la Grande Guerra aveva costituito in realtà la sua fortuna. Ludwig, essendo il primogenito, ereditò tutto, come prescriveva la legge del tempo. Ma, in un batter di ciglio e forse di stilografica, egli indirizzò verso fratelli e sorelle l’intera eredità e per sé non volle tenere niente, terrorizzato al solo pensiero che qualcuno potesse accostarsi a lui non per le sue qualità di essere umano, ma per i soldi ricevuti in eredità. Scelta pagata talvolta cara, come narra il suo amico e biografo nord americano Norman Malcom: una volta lo andò a trovare e dovette portarlo fuori a pranzo. Wittgenstein mangiava una volta al giorno e sembrava versare nella più totale indigenza.
Perelman, che pure in qualche modo versare nella stessa situazione, sta lontano dall’informazione, dai riflettori, dalla stampa. Un articolo di più di un anno fa – si trova ancora sull’archivio di Repubblica, datato 19 giugno 2007 – lo dava in giro per Mosca in metrò.
Pare che a San Pietroburgo circolino delle t-shirt nere con il ritratto del genio. Sotto una scritta in inglese: “Respect”. Sulle spalle, in russo: “Non tutto si compra”.
I fisici, sosteneva qualcuno, parlano con i matematici, ma questi ultimi parlano con Dio. O almeno: qualcuno di questi.