Rappresentare chi insegna matematica
Walter Maraschini è il presidente di ANIMat, l’associazione nazionale degli insegnanti di matematica. È interessante il fatto che nel 2008, gli insegnanti di matematica abbiano deciso – indipendentemente dal grado di scuola in cui insegnano – di associarsi per riflettere assieme su un insegnamento che è percepito come diverso e speciale dalla società.
Walter, che bisogno c’era di ANIMAt? Perché è importante il punto di vista degli insegnanti di matematica sulla scuola italiana? Siete in qualche modo una singolarità?
No, non siamo una singolarità perché già esistono associazioni di insegnanti relative a singole materie. La singolarità sta però nel fatto che la matematica, disciplina fortemente caratterizzata per i contenuti, i metodi e i linguaggi semiformali che utilizza, è insegnata in tutti gli ordini e gradi di scuola, ma, nella maggior parte dei casi, chi la insegna non ha una formazione matematica specifica né si sente un matematico.
L’associazione ha un duplice scopo: dare rappresentanza a chi insegna matematica (dalla scuola primaria all’università) per esprimere pareri e valutazioni su programmi, curricoli, prove di esame; favorire gruppi di lavoro o di studio e incontri seminariali su temi specifici che riguardano l’insegnamento. Queste discussioni si svolgono anche in rete e una sintesi dei dibattiti svoltisi si può trovare nel “Quaderno a quadretti” che abbiamo pubblicato e che è scaricabile dal sito www.animatinrete.it.
Spesso sui media leggiamo dei pessimi risultati italiani nelle rilevazioni PISA e TIMSS. Poi però i nostri giovani ricercatori vanno con estrema facilità a lavorare all’estero anche in discipline scientifiche e in particolare in matematica. Secondo te, secondo ANIMat, cosa funziona e cosa non funziona nell’insegnamento italiano della matematica?
È difficile dire che cosa non funziona: precisarlo fa proprio parte della nostra ricerca collettiva. Certamente, la grande tradizione che l’Italia ha in didattica della matematica – dalla Montessori a Emma Castelnuovo, da Lombardo Radice a Enriques e De Finetti – non si riflette nella realtà scolastica quotidiana, in cui prevale invece quell’idea della matematica come astrusa e mostruosa macchina di calcolo, in cui non si capisce il senso di ciò che si fa e non si fa mai percepire il brivido di un “eureka”, di una scoperta che segue a un ragionamento. Ciò fa sì che, nella gran parte dei casi, la matematica è soltanto un insieme di cose da dimenticare una volta finita la scuola e non agisce come componente importante del nostro bagaglio culturale: si avvia così un processo circolare perché, a loro volta, anche coloro che operano nella comunicazione e nell’informazione trasmettono questa idea e trasudano ignoranza anche rispetto a elementari strumenti matematici.
Animat vorrebbe agire su tutti questi fronti proprio a partire dai nodi e dalle difficoltà che si incontrano nell’insegnamento: il confronto e il superamento dell’isolamento – oltre ovviamente allo studio e alla riflessione – costituiscono infatti, io credo, dei potenti motori per il miglioramento della qualità dell’istruzione.


secondo me per apprezzare la matematica e le discipline scientifiche in generale bisognerebbe “respirarle” fin dalla più tenera età. dovrebbero essere i genitori in primis e successivamente gli insegnanti, a capirne e trasmettere poi il senso ai bambini, mostrando che esse si trovano ovunque e che regolano la nostra vita, così come fanno per insegnare loro che, ad esempio, non si dice “ma però” e non perdono occasione per sottolinearlo.
Sono molto d’accordo.
A questo aggiungerei che c’è un’età critica (indicativamente quella nella quale si frequentano le scuole medie) che fa da spartiacque: prima ci sono entusiasmo, curiosità e voglia di giocare (anche) con la matematica. Dopo ci sono paura, fastidio e convinzione di “non essere portati” per la matematica.
Bisogna trovare il modo di mantenere gli atteggiamenti e le attitudini positive.
Walter Maraschini ha messo in evidenza un aspetto basilare: il senso della scoperta, la meraviglia di “arrivare a qualcosa” alla fine di un percorso cognitivo.
Sono molto d’accordo con ciò, ma per perseguire tale obiettivo occorre che il docente sia un buon affabulatore. Senza passione, senza trasmettere emozione non si arriva da nessuna parte!
http://kopanakinews.wordpress.com/2008/12/03/100-top-posts-blogs-italiano-wopdrpess-3122008/
A mio avviso la quetione ha alla base due generi di problemi:
1) l’insegnamento della matematica è spesso basato su una mappa già costruita;
2) il tempo matematico è obbiettivamente molto limitato (tranne poche eccezioni) nei nostri percorsi didattici.
La tendeza a sviluppare la matematica come qualche cosa di chiuso e ripetitivo all’interno del libro di testo è probabilmente uno degli elementi principali della difficoltà per la diffusione di essa come strumento fondamentale per la decodificazione del mondo attorno a noi. Questo modo di procedere non può essere attribuito solo agli insegnanti: l’attenzione verso tali problematiche è (senza dimenticare gli sforzi passati da parte di grandi personaggi quali Castelnuovo, Lombardo Radice, De Finetti, Prodi solo per ricordare gli sforzi più significativi non è mai diventata cosa diffusa, ma di nicchia.
La seconda questione riguarda l’atteggiamento che la classe politica dedica al problema. Si guardi per esempio al triennio del liceo scientifico tradizionale dovre le ore di latino superano le ore di matematica. E’, inoltre, storicamente accertato che l’insegnamento è fatto non da laureati in matematica, ma da personale non qualificato che manteine, ovviamente, strettissimo il legame con argomenti svolti in modo ripetitivo e non aperti all’inserimento di problemi che sono l’anima della matematica. L’ultimo paradosso è quello della proposta per cui un laureato in matematica non può insegnare matematica nel biennio del liceo scientifico. Pazzesco!. Questo la dice lunga sulla capacità che ha il sistema di risolvere varie incongruenze. Mi chiedo : chi è il “consigliere del re”?