Sulla perpendicolarità
Sulla lista di discussione intorno a Cabrì si sta sviluppando una discussione sulla perpendicolarità che offre alcuni spunti interessanti e che mi sembra utile condividere sul blog.
Un’insegnante con dieci anni di esperienza ha segnalato che “alcuni ragazzi a occhio distinguono un angolo retto da un angolo che retto non è; altri ragazzi non notano proprio la differenza. Puoi fargli usare le squadre, il compasso, i quadretti, ma appena sbagliano qualcosa e gli salta fuori un angolo ottusissimo o acutissimo, loro non se ne rendono proprio conto. Perché questa differenza? C’è qualcosa che a questa età si può fare per far cogliere visivamente a chi ancora non riesce la perpendicolarità?”.
I primi suggerimenti sono stati di usare piegature o specchi.
“Una piega in un foglio di carta, anche a contorni irregolari, è rettilinea, e già questo è stupefacente, a mio parere. Piegando poi la piega su se stessa abbiamo creato, praticamente con niente, una “squadra” fai-da-te, un angolo retto nella forma più semplice e con il materiale più povero che riesco ad immaginare. In questo modo possiamo sperimentare l’angolo retto come la metà di un angolo piatto e manipolarlo, osservarlo da vari punti di vista, girarlo in tutti i modi possibili. E possiamo poi crearci un modello di perpendicolare come di una “piega” in cui una parte di una retta o di un segmento si sovrappone all’altra parte. Anche il controllo di perpendicolarità su un disegno si può fare provando a piegare il foglio con il disegno, almeno all’inizio, e imparando poi un po’ per volta a costruirsi una immagine mentale della piega. Se i tuoi alunni hanno questo tipo di problemi io cercherei di farli “giocare” il più possibile con la carta piegata, a partire dalle esperienze più semplici senza fretta all’inizio, per poi eventualmente provare costruzioni via via più complesse, perché l’attività può fornire moltissimi spunti. Ai ragazzi di oggi manca l’attività manipolatoria, a volte hanno proprio saltato alcune tappe, passano dalla manipolazione del didò fatta alla scuola materna direttamente al computer, e questo a mio parere limita la loro capacità di crearsi immagini mentali. Insomma, puoi provare, non costa molto”.
Poi c’è chi sposta il piano del discorso e ci ricorda che “per i matematici arabi il disegno serviva solo come carta topografica per indicare i diversi oggetti; una volta detto che un triangolo era rettangolo, poco importava che fosse disegnato come un triangolo rettangolo, la proprietà doveva essere usata nel ragionamento logico anche senza fermarsi alla rappresentazione grafica del problema”.
Io mi ritrovo molto in questa posizione: penso che dobbiamo sapere le proprietà geometriche e le dobbiamo usare e manipolare anche in presenza di disegni che geometrici non sono. In fondo, nessun disegno è una figura geometrica. Tutti sono delle rappresentazioni più o meno grossolane di figure che in quanto tali sono necessariamente solo astratte.
I ragazzi devono essere progressivamente portati a staccarsi dal disegno che in una prima fase (magari anche lunga) è necessario per visualizzare ma che successivamente dobbiamo sapere che non è la figura “giusta”.
Voi che ne pensate?

Io la penso all’opposto: sono convinta che sia fondamentale che i ragazzi imparino ad usare in maniera corretta il disegno. Proprio per poi potersene staccare un giorno (al’università!): come Picasso è potuto distruggere la figuratività solo in quanto PADRONE della figuratività stessa.
Anzi, sono alla ricerca di testi che trattino della valenza concettuale dei disegni in didattica!
Nonostante sul “fronte avverso” puoi segnalarmi qualche testo che tratti di queste cose?
ciao
Alessandra, ciao
mi piacerebbe molto discutessimo di queste due posizioni. Cosa intendi per “usare in maniera corretta il disegno”? Non credo che le cose stiano proprio come per Picasso. Non sono un esperto di arte e quindi neppure di Picasso, ma tendo a pensare che un pittore esprima emozioni, percezioni, visioni. In matematica invece vogliamo rappresentare idee e pensieri. “Abbiamo un angolo retto quando due rette dividono il piano in quattro angoli uguali.”, questa è un’idea astratta e non credo che cercare di perseguirla in modo sempre più corretto sia meglio che accontentarsi di un disegno impreciso.
Pensa a quando impariamo i numeri, disegniamo sul quaderno quattro palline e diciamo “quattro”, ma non ci preoccupiamo che le palline siano uguali, ci accontentiamo che non siano stelle o quadrati… è l’idea che conta, no?
Ma sono veramente interessato a sentire le tue argomentazioni.
Per quanto riguarda i consigli bibliografici dal “fronte avverso” devo dire che non credo di avere in mente quello che cerchi (anzi se uniamo le forze e riusciamo a trovare delle referenze sarei contento di averne anch’io). In ogni caso eccoti qualche riferimento forse non troppo distante:
- I volumi della Dedò (Forme, Il ritmo delle forme) e tutto l’ottimo lavoro che fa con il centro Matematita a Milano (http://www.matematita.it/materiale/index.php)
- Sergio Balsimelli, La geometria con Geogebra, edito da matematicamente.it
- Cominciamo dal punto di Vinicio Villani, Pitagora Editrice
- Io ho letto con occhi matematici anche il classico Kandinskij, Punto linea e superficie
- I libri geometrici per bambini di Editoriale Scienza
Come vedi sono suggerimenti sparsi e un po’ confusionari, ma forse riusciamo a trasformarli nell’inizio di una riflessione. Ciao